Grazie a Giobbe, Francesco e alle altre persone speciali dell’Anderlini Network!

Sono nervoso.

Mi succede sempre prima di dover parlare in pubblico. Oggi un pò di più perchè è il mio primo intervento virtuale. Giobbe e Francesco mi hanno invitato a parlare alla bellissima iniziativa Anderlini Network Meeting. Mercoledì ha parlato Mauro Berruto, ex allenatore della Nazionale Italiana di Pallavolo. Quella mitica delle Olimpiadi di Londra. Avevo già visto un suo intervento l’estate scorsa in Grecia, ed è veramente un grande per quello che ha fatto, che dice e per come lo dice. Lo sapete come odio dover parlare dopo persone così speciali e brave. Va bene, non è proprio dopo, ma per gli ospiti, lui è l’ultimo metro di paragone.

L’inizio è fissato, almeno così nella mia testa, per le 19. Verso le 17 inizio la fase di avvicinamento. Cammino per casa pensando a cosa dire, ogni tanto mi siedo alla scrivania per leggere e arricchire lo mappa mentale che ho messo giù ieri. Per ora qualche parola e freccia. Ho sempre avuto il vizio, che non ho ancora perso, di arrivare all’ultimo per finire le cose. Alle 18,25 inizio quella che dovrebbe essere l’ultima camminata per decidere cosa dire, la scaletta per poi scrivere tutto bella mappa che mi guiderà nell’intervento. Qualche passo e mi arriva un messaggio.

Beeeppp. È Giobbe che mi manda il link per collegarmi. Rispondo “ok”. Poi subito il suo “ti attendiamo”…

Qui il dubbio. In che senso “ti attendiamo”? Ma a che ora inizia? Scorro il messaggio col link e “venerdi 3 aprile, ore 18.30”. Noooo.

Sono le 18.28, corro al pc, richiamo il messaggio e clicco sul link. Non si avvia, è lentissimo. No, che figura. Ok, sembra che stia partendo. Ci sono. 18.34.

Francesco mi introduce e ora tocca a me. Parto facile coi ringraziamenti, prendo tempo per far collegare anche i ritardatari. Prendo tempo per cercare di fare il punto mentale. Ok, non ci riesco, mi butto. Come faccio quasi sempre.

All’inizio arranco di brutto. Parlo di quando ero bambino e mi chiedevano che lavoro volevo fare da grande. C’entra poco con l’argomento della squadra, che dovrebbe essere quello di cui parlerò oggi, ma è un inizio rodato. Accelero e arrivo a Lurisia, li mi incarto. Mi sembra di ripetere troppe volte che rispondevo al telefono e facevo le bolle. Sono ancora nella fase ragionata, del pensare a cosa dire. Nel cercare un filo logico che però non trovo. Tutto è poco chiaro, soprattutto per me. Ogni tanto ho dei flash dove mi chiedo cosa sto dicendo, dove non trovo il senso di quello che sto dicendo.

Quelli sono i momenti più brutti, quelli sono i momenti dello smarrimento. Quelli che ci manca un soffio al panico. Al non so più cosa dire, al blocco.

Poi, succede qualche cosa e il pensiero diventa parole e prende il sopravvento. Tutto diventa un flusso che scorre. Non è più un semplice parlare è un ragionare, con me, con gli altri.

Il tempo passa. Il ragionamento corre e diventa ricordi, che diventano immagini, che diventano parole. Che diventano idee, poi concetti e di nuovo ragionamenti. Tutto danza e fluisce fino a esaurirsi.

Mi fermo, guardo l’orologio. Sono passati 35 minuti, da un attimo fa.

Francesco mi ringrazia e chiede se qualcuno ha delle domande. Giobbe rompe il ghiaccio e fa la prima domanda e tutto riparte.

È passata più di un’ora e ci salutiamo, ci ringraziamo. Chiudo la connessione, mi butto sullo schienale e sorrido. Ritrovo il contatto con la realtà, sono sudato, sono fradicio. Non ricordo facesse così caldo.

Continuando a sorridere, mi alzo, vado in bagno e accendo l’acqua.

Sotto la doccia i pensieri accelerano. Lo sapete, sotto la doccia mi succede così. Lì i pensieri fluiscono, corrono. Li i pensieri scorrere come l’acqua bollente sulla mia schiena.

Rivivo, ripenso, rielaboro. Qualcosa non torna.

Ho raccontato che la squadra deve avere un chiaro obiettivo, che deve unire, riunire tutti. Che tutti devono contribuire al raggiungimento di quell’obiettivo, e lo devono fare col raggiungimento del proprio di obiettivi.

Poi mi è stato chiesto come si può stimolare i singoli al raggiungimento dei loro obiettivi. Come riuscire a stimolare e tenere motivate le persone nel tempo, soprattutto quando bisogna stabilire nuovi obiettivi individuali. Ho risposto che serve riportare l’attenzione sull’obiettivo ultimo, quello più grande, quello comune. Che questo deve essere rinnovato e riempito di energia, di stimolo, per poter essere da traino per il raggiungimento dei nuovi obiettivi individuali. Far capire che raggiungere quegli obiettivi è necessario per il raggiungimento dell’obiettivo comune.

Ma qualche cosa non mi torna. Gli obiettivi per essere tali devono essere quantificabili in quantità e in tempo. Quindi come faccio a caricarlo di energia? Non mi torna il mettere insieme energia e numeri. Target ed emozioni. Come faccio ha quantificare l’obiettivo comune senza renderlo sterile dalle emozioni? L’obiettivo comune è il perché facciamo le cose, è lo scopo, il fine ultimo.

L’acqua è diventata gelata. Mi aiuta a pensare, a ragionare.

Forse ho capito. Lo sbaglio è chiamarlo obiettivo comune.

La squadra ha uno scopo, un fine comune. La squadra ha un Perché. Il Perché deve agire insieme, organizzarsi e collaborare. Ogni membro ha poi il proprio obiettivo, quantificabile e misurabile. Un obiettivo che deve contribuire al raggiungimento del Fine comune. Un obiettivo per il fare di ogni membro della squadra al Fine comune.

Sapete che credo che la vita sia un susseguirsi di: scegliere, fare ed emozionarsi. Che dobbiamo scegliere cosa fare per ottenere l’emozione che volgiamo. I Feliciani scelgono di fare le cose che li rende felici.

Il fine, lo scopo, deve essere un qualcosa che ci emoziona. Qualcosa che è un emozione forte, che è energia. L’energia che ci spinge ad agire, a muoverci, a faticare per quel fine. Per quel Perché.

Più l’emozione è forte, più la sentiamo, la viviamo, maggiore è l’energia, e più sarà potente il nostro agire.

Gli obiettivi sono strumenti, sono le tappe del viaggio, verso il fine che è il viaggio stesso.

Guidavo un’azienda che aveva come fine il “far felici le persone con la bontà delle proprie bibite e sane con la qualità della propria acqua”. Quello era il mio Perché. Un Perché che non si esauriva ma anzi si rinnovava ogni giorno. Poi avevo gli obiettivi, i traguardi da raggiungere, che erano quantificabili e misurabili. E quando questi diventavano pesanti, difficili, non più sfide ma problemi, allora tornavo al Perché, all’emozione, alla felicità, al senso di realizzazione nel fare del bene agli altri attraverso il mio lavoro, il mio agire. Il mio fare. Ritrovare l’energia nel sapere che stavo facendo la cosa giusta. Li era la mia fonte più potente per continuare, per andare avanti.

Ieri ad ascoltarmi c’erano dirigenti, allenatore e membri del bellissimo mondo della pallavolo.

Credo che il loro fine, che ieri chiamavo ancora obiettivo comune, debba essere rendere i giocatori, così come tutti gli altri membri della squadra, delle persone migliore grazie al gioco della Pallavolo.

Grazie Giobbe, Francesco e tutte le persone che ieri mi hanno fatto delle domande e ascoltato. Grazie mi avete fatto crescere.

I bambini sono in cucina. Oggi la cena la preparano loro, riso con pollo. L’acqua è diventata gelata, stanno riempire la pentola per far bollire il riso. È meglio che esca.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

#feliciani #felicisiamo #squadra #insiemesiamopiùforti #anderlini #scuoladipallavoloanderlini #anderlininetwork @sdipanderlini @giobbe.7

ps: Sono fermamente convinto che il fine debba passare sempre dal fare del bene agli altri. Perché lì è l’energia più potente. Credo anche che il Vincere una partita sia un obiettivo, non il fine.

Questa è la mappa mentale, finita e abbellita, che avevo preparato per l’intervento.

Squadra

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