Ne usciremo migliori?

Ne usciremo migliori?

La mia risposta nel video, ma vi anticipo che come sempre la responsabilità è nostra.

Oggi la mia Q è Quarantena

Beep, è arrivato un messaggio. Lo leggo. “Intanto è uscita la Q”. Cavolo, ne avevamo tanta paura ed è arrivata. Oggi sarà più difficile.

Con due amici speciali stiamo giocando a estrarre una lettera ogni giorno, poi ognuno sceglie segretamente una parola con quell’iniziale, ci scrive qualche cosa sopra e alla fine la condivide. Siamo tre persone meravigliosamente diverse, e così i nostri scritti. 15 giorni, 15 lettere e mai una volta la stessa parola, lo stesso concetto. Loro sono molto più bravi di me. Sì, ogni tanto, con un bel colpo di reni sul finale, scrivo qualche cosa di piacevole. O che comunque piace a me e mi da soddisfazione. Oggi è una di quelle volte.

Mi piace perché oggi è stata una di quelle volte in cui ho dovuto ragionare, pensare e riflette. Dove ho cercato di capire e forse imparato qualche cosa. Sicuramente migliorato la mia consapevolezza.

A voi la mia Q di oggi!

“Q di Quarantena. Sembrava tanto difficile dare una parola a questa benedetta Q, per noi dislessici più che altro maledetta. Avevo pensato a Quanto, facendo poi riferimento alla necessità di dover sempre quantificare le cose, voler sempre misurare, anche e soprattutto quelle non misurabili. Ma Quanto mi ami? Poi ho iniziato a scrivere del fratello mai riconosciuto di Qui, Quo e Qua, ma pensavo si chiamasse Qui, così avrei potuto fare un bel gioco di parole col Qui e ora, ma Qui c’era già. Ho pensato di scrivere del Quarto, il povero primo dopo il terso, sempre giù dal podio. Quadro? Quasimodo? Quaresima? Quercia? Quantomeno? Quarantena?

Si, Quarantena. Incredibile non averci pensato prima. Super attuale e pieno di significato. Si, ma anche molto facile cadere nel banale… e se l’intendessimo come quel “aver pazienza”, quel “mi manchi”, “mi manca”. Come il fatto che nella vita dobbiamo saper aspettare? Oggi aspettare per il nostro bene.

Nella vita dobbiamo saper attendere, e oggi più che mai non ne siamo più capaci. La nuova formula è: tutto deve essere semplice, comoda e veloce. Non abbiamo più voglia di aspettare. Dell’anche far fatica del solo attendere. Non vogliamo più aspettare Giugno per le fragole. Luglio per le ciliegie e nemmeno più Natale per il panettone. Vogliamo tutto e subito, come cantava il grande Freddie. Ma poi le fragole, le ciliegie non hanno più il sapore di una volta, e quanto è secco questo panettone. No, non sappiamo più aspettare per poi apprezzare. Vi ricordate il desiderio da esprimere al primo morso del primo frutto di stagione? Senza attesa, niente più desideri, niente più sogni. Il desiderio è attesa. Più attendi, più aspetti, e più desideri. Ma quanto era buono quel primo morsi.

Che poi erano comunque sempre le fragole e le ciliegie. Che poi ti ingozzavi, ti sporcavi la maglietta e “quelle macchie li non vanno più via”. Una sentenza di condanna definitiva, vabbè riguardando la macchina mi ricorderò quanto era buona quella ciliegia, che mi è caduta, mi ha sporcato, io ho raccolto e mangiato. Si dopo averci soffiato sopra, due volte almeno. Ma quanto era dolce, calda, morbida e croccante. Sugosa. Era buonissima la ricompensa dell’attesa. 

Perché? Perché dall’anno prima ci eravamo dimenticati del gusto, perché non eravamo più abituati a quel gusto. Oggi le fragole e le ciliegie neanche più le assaporiamo. Siamo abituati al gusto e vanno giù in totale anonimato. Così tante cose nella vita. Troppe cose. 

La Quarantena è una fatica, questa Quarantena è una grande fatica, ma solo la fatica da valore, ci fa apprezzare quello che poi otteniamo.

Un suggerimento? Per sopportare questa fatica iniziamo già a pregustare, a prepararci, a quando sarà finita. A quando potremo nuovamente abbracciare i nostri cari, bere un caffè in un bar affollato, cantare a squarciagola l’inno della nostra squadra del cuore in stadio pieno zeppo. Quando finalmente apriremo quella porta senza più paura. L’importante è non dimenticare.

Questo è quello che voglio vedere io nella parola Quarantena oggi.”

Oggi ci viene chiesto un grande sforzo, ci viene chiesti di rimanere in casa. Ci viene chiesto di seguire delle regole che per noi sono fatica. Ricordiamoci che quelle regole sono per il nostro bene e soprattutto che aspettare rendere tutto più bello e buono. Adesso come sempre, non dimentichiamocelo.

Grazie Vita! Ti Amo Vita! Vivere è Amare!

#iorestoacasa

Chiedetelo a noi come fare

Difficile crederci, forse anche solo capirlo, ma è stato dimostrato che è più soddisfatta, felice, una persona che guadagna 1.300 euro al mese, quando i suoi colleghi ne guadagnano 1.200 euro, di una che ne guadagna 10.000 euro al mese, quando i suoi colleghi ne guadagnano 11.000.

Difficile da credere, vero? E vale anche per i miliardari, e forse per loro anche di più. Il nostro livello di felicità, soddisfazione, realizzazione, è sempre misurato in base a qualche cosa. Che siano le nostre aspettative, le aspettative degli altri, o quello che ha e fa chi ci circonda. Così funziona il nostro cervello. Abbiamo bisogno un metro di paragone. Per questo viviamo in un mondo con persone tristi e insoddisfatte, perché la pubblicità ci circonda di persone più belle di noi, che hanno cose più belle delle nostre e fanno cose più fighe di quelle che facciamo noi. Paragonandoci con loro, siamo degli sfigati e ci sentiamo degli sfigati. Ci sentiamo che ci manca sempre qualche cosa per essere felici.

Non so voi, ma così è stata la mia educazione. “Non guardare chi sta peggio di te, guarda avanti, guarda chi sta meglio e cerca di imparare da loro e di fare come loro”*. Il problema è che alla fine c’è sempre qualcuno che sta meglio di me, che ha più cose di me e che fa cose più belle di quelle che faccio io.

Poi arriva qualche cosa di veramente sconvolgente, per me la malattia. Improvvisamente fai un balzo indietro e ti sembra che tutti stiano meglio di te, abbiano più di te. Ti senti uno schifo, uno sfigato e vivi sul baratro della depressione. Ti sembra che ti sia stato portato via tutto. Ti sembra di non avere più niente. Fidatevi è così, ci si sente così. Anche peggio.

Ma poi arriva anche tutta la nostra capacità innata di cercare la vita, di voler sopravvivere, di voler vivere. Quella capacità che se sei fortunato come me, ti fa capire tante cose. Ti da il giusto peso delle cose, il giusto valore delle cose. Arriva la malattia, e se sei fortunato come me, non guardi più solo cosa non hai, solo cosa hanno gli altri che tu non hai. Inizi a guardare, ad apprezzare cosa hai, cosa hai ancora.

Diventa molto più facile se hai dei paragoni, e guardandoti intorno ti rendi conto di quante persone al mondo stanno peggio di te. Di noi. Hanno molto meno di te, di noi. Ti rendi conto che alla fine non sono loro gli sfortunati, siamo noi i fortunati ad avere tutto quello che abbiamo.

Oggi stiamo vivendo un momento molto particolare della nostra vita. Un momento drammatico. Un momento di paura, di costrizione. Un momento in cui ci sentiamo derubati di tante cose. Dove per il nostro bene ci viene limitata, tolta, la libertà. Per il nostro bene, soprattutto per il nostro bene, ricordiamocelo.

Con la malattia questa cosa l’ho già vissuta e continuo a viverla, e come me tanti altri. Chiedete a noi come affrontare questo momento.

Dobbiamo guardare a tutto quello che abbiamo ancora. Guardiamo tutti a quanto abbiano ancora. E se ci è difficile vederlo, costringiamo il vostro cervello a paragonare la nostra vita con quella dei profughi siriani, ad esempio. Paragoniamo la nostra situazione con la loro, che in questi giorni sono ammassati alla frontiera con l’Europa. Donne, bambini, anziani al freddo, sotto la neve, senza cibo, medicine e aiuto. Donne e bambini a cui stanno anche sparando addosso. Che a causa del coronavirus sono ancora più soli, più abbandonati, più odiati. Che a causa del coronavirus ne moriranno ancora di più. Guardiamo i bambini del centrafrica che muoiono di fame perchè le locuste e la siccità gli hanno tolto il poco cibo che avevano.

Sfortunatamente al mondo ci sono ancora molte persone che stanno peggio di noi. Guardiamo a loro per capire la nostra fortuna, ma soprattutto non dimentichiamocene quando torneremo alla normalità. Serve a noi per apprezzare la nostra vita, serve a tutti per cercare di agire per un Mondo Migliore per noi e per tutti.

L’altra mattina, Luca Mazzucchelli a Radio24 ha suggerito una cosa bellissima. In questi giorni che abbiamo più tempo libero per pensare, riflettere, prendiamo un quaderno e scriviamo tre cose del giorno precedente di cui siamo grati. Questo ci aiuta a renderci conto e ad apprezzare tutto quello che abbiamo ancora. Provate anche a vedere quello che siete riusciti a fare di bello che nella normalità non saresti riusciti a fare. Per me il secondo punto qui sotto.

Le mie di ieri sono:
– i miei figli che mi hanno preparato la cena, riso con pollo. Si sono divertiti un mondo, hanno imparato qualche cosa di nuovo e soprattutto a collaborare fra di loro.
– il caffè dopo pranzo, sorseggiato lentamente sul balcone. Il sole splendeva, la neve sulle montagne brillava, l’aria era frizzante. Tutto intorno regnava la calma e la tranquillità. Il profumo, il sapore del caffè e il tempo da scandire.
– la tecnologia. Voi che mi avete letto e commentato, la video telefonata con la mia amica, la foto di mio nipote su whatsapp che soffia sulla candelina della torna dei suoi 6 anni.

Grazie Vita! Ti Amo Vita! Sei Amore Vita!

* la vita è un alternarsi di momenti. Momenti, belli e brutti, facili e difficili. Ci saranno momento in cui torneremo a guardare avanti, a cercare di seguire le nostre aspettative per una vita migliore. Oggi ci serve vedere quello che abbiamo e godere di questo.

Sempre la stessa poltrona rossa

Seduto, sdraiato sulla poltrona. Sempre quella rossa della mia camera dei 16 anni.

La testa leggermente piegata in su, gli occhi chiusi. Il piede tiene il ritmo della canzone che sta suonando alla radio. La finestra è socchiusa, entra quella brezza tiepida dei primi giorni di sole. Il profumo è quello fresco di primavera, è quello di gelsomino, il mio preferito.

Quante volte ho messo il naso in quei fiori. “Prima o poi un’ape ti pungerà la punta del naso”, mi diceva lei e poi rideva. Rideva come solo lei. Quanto mi mancano quei fiori, la siepe vicino al cancello. Quanto mi manca quel ridere. Quanto mi manca quel tempo. Visto da qui è stato meraviglioso, ma allora era sofferenza e lacrime, ma anche speranza e unione.

Nessuno ci aveva avvisato che tutto sarebbe cambiato, che tutto sarebbe stato diverso. 12 ore è stavamo vivendo un’altra vita. Lei sempre nella stessa casa, con gli stessi mobili e la stessa macchina parcheggiata fuori, io all’inizio in ospedale, in una camera sterile. Poi anche io in quella stessa casa, con gli stessi mobili e la stessa macchina parcheggiata fuori, ma tutto era diverso. Col tempo è diventata la nostra nuova vita. Siamo cresciuti, ci siamo adattati, abbiamo lottato quando c’era da lottare, e festeggiato quanto c’era da festeggiare. Abbiamo anche cercato di tornare alla vita di prima, e abbiamo imparato che niente può tornare come prima. Era una nuova vita, ma era comunque vita.

Gli occhi ancora chiusi, il ritmo è quello giusto, non c’è fretta. Di botto arrivano tutte quelle emozioni piene e con loro il mio pianto senza lacrime. È un attimo. Riempio i polmoni di questo momento. Lo faccio mio. lo vivo. Lo sento, lo voglio sentire.

Apro gli occhi, giro la testa ancora appoggiata allo schienale. Fuori il profilo delle montagne, lì è ancora inverno. Brillano di neve. Richiudo gli occhi, e dentro la neve si somma al ritmo, a tutte quelle emozioni. Anche la testa inizia a dondolare. Il tempo non esiste più, c’è solo il ritmo, il gelsomino, la neve, il respiro. La vita di allora e la vita di adesso. Non ci sono domante, ne risposte.

Il sole è sceso, inizio ad avere freddo. Alla radio voci, non più musica, apro gli occhi.

Tiro su le testa, sorrido rivivendo brevemente il momento. Mi alzo, chiudo la finestra e vado a vedere cosa c’è in frigo.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

In coda davanti all’ospedale

“Esco presto, ho gli esami del sangue, poi la visita e se è tutto ok, nel pomeriggio la terapia. 6,20, arrivo davanti all’ospedale. Come previsto c’è la coda per entrare. Da una parte i dipendenti, che entrano subito mostrando il tesserino alla guardia, e dall’altra i pazienti e i visitatori che devono farsi provare la febbre e compilare un modulo.

Fa freddo e la coda è lenta, è tutto nuovo, anche gli operatori stanno decidendo sul momento come è meglio fare. Non li invidio, mi è capitato di gestire urgenze, molto meno urgenti, e si è costretti a usare il buon senso più che la ragione. Ci sono poche informazioni, nessuna esperienza precedente o diretta. Non vorrei proprio essere al loro posto, ma loro sono li e lo fanno. Li guardo e dentro li ringrazio.

Nella fila uno inizia a lamentarsi. Poi diventano due, e in pochi secondi la lamentela dilaga. “Potevano organizzarsi prima”, “perché non mettono più personale”…

Dentro sento un moto di rabbia, mi tengo, sto zitto spero che si smorzi. Continua, aumenta, adesso si danno ragione l’uno con l’altro. Dentro la rabbia cresce. Io vedo persone in difficoltà che cercano di fare il meglio possibili, persone che forse hanno anche più paura di noi, perché loro in ospedale ci lavorano, ci vivono. Ci devono stare.

Non reggo, sbotto. Urlo in modo che tutti mi possano sentire. Urlo che questo è il momento di cercare di capire, di smettere di lamentarsi, che sicuramente tutti stanno cercando di fare il meglio e il massimo possibile, ma che è tutto nuovo e difficile. Urlo che nessuno poteva prevedere una cosa così. Che nessuno vuole farci stare qui al freddo solo per divertimento. Urlo che questo è il momento in cui dobbiamo smettere di lamentarci e di pensare solo a noi stessi, ma che dobbiamo iniziare ad aiutarci gli uni con gli altri.

Le voci si abbassano. La persona vicino mi guarda, prima un pò stranita, poi mi sorride.”

Siamo ancora animali fragili. Siamo ancora gli animali più fragili della foresta. Quello che sta succedendo ne è la dimostrazione. Da soli possiamo poco contro i pericoli di questo mondo. Da soli, possiamo poco.

Si, da soli siamo fragili. Ma quando ci uniamo, quando uniamo i nostri intenti, quando agiamo tutti per un obiettivo comune, quando ci organizziamo sommando le nostre capacità per raggiungere quell’obiettivo comune, allora si, allora diventiamo gli animali più forti della foresta. La nostra storia lo dimostra.

È giusto aver paura, ma per sconfiggere questo nuovo male, è fondamentale unirci, organizzarci, smettere di pensare solo a noi stessi. Dobbiamo agire tutti per lo stesso fine, per lo stesso obiettivo. Sopravvivere.

È per questo che dobbiamo tutti, ma proprio tutti, collaborare e seguire le indicazioni che ci vengono date. Da soli siamo destinati alla sconfitta, uniti alla vittoria.

Questo è il momento della collaborazione, non dell’individualismo, del conflitto fra noi uomini.

Questo è il momento di collaborare, di combattere si, ma di combattere questo nostro nuovo nemico. Nemico di tutti.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Il casco che mi avrebbe dovuto cambiare la vita

16 anni, il casco dei miei 16 anni. Questa mattina l’ho pulito, lucidato e messo in bella mostra all’ingresso di casa…

Il 125, finalmente una moto vera. L’Aprilia AF1 Replica, bellissima. La moto dei miei sogni che mi cambierà finalmente la vita. Le ragazze mi vedranno, andrò in piazza e mi farò quegli amici che adesso non ho. Inizierò a uscire con la compagnia, quanti giri faremo con le moto. Quante cose fighe faremo. La moto mi cambierà finalmente la vita. Smetterò di stare a casa da solo, tutti mi cercheranno. Avrò anche io la mia compagnia, come mio fratello e mia sorella. Per una moto così ci vuole un casco figo, quello uguale al motociclista famoso.

Quante speranze in questo casco, quanti sogni in quella moto. Questo casco, quella moto pensavo fossero la chiave per la mia felicità, per essere finalmente qualcuno. Per avere finalmente degli amici. Far parte di una compagnia.

Quante volte ho riposto in oggetti, cose, la speranza di una vita migliore, più felice. Una vita dove ero qualcuno grazie a quella cosa, a quell’oggetto. Quante volte mi sono illuso, mi sono lasciato illudere.

Quante sere sono passato con quella moto, con questo casco, in piazza, tutte le volte convinto che sarebbe stata la volta buona. Che sarebbe stata la volta che qualcuno della compagnia mi avrebbe fermato e chiesto di restare, di unirmi a loro. Di diventare finalmente uno di loro.

Non mi hanno mai fermato. Sono passato e ripassato tantissime volte. Visto oggi è stato un soffio, una brevissima stagione della mia vita. Allora era tutta la vita.

Lo so, mi sarei dovuto fermare io, avrei dovuto fare qualche cosa io. Dirlo adesso è facile, allora credevo bastasse questo casto e quella moto.

Adesso questo casco è in bella mostra nell’ingresso di casa mia, questa mattina l’ho pulito e lucidato. Ogni volta che lo vedrò mi ricorderò di quanto sono stati belli i mie 16 anni. Di quante speranze e sogni, di quanta voglia di essere, di fare, di avere amici.

È passato tanto tempo, tutto è cambiato, ma quando guardo questo casto sono ancora quel sedicenne insicuro e sognatore che tanto avrebbe fatto e che tanto ha ancora da fare.

Adesso esco, vi aspetto in piazza.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Vi prego, uniamoci, non dividiamoci

Suona la sveglia, sono le 4. La spengo, prendo la medicina e mi giro. Suona ancora, sono le 5.45, la spengo e mi alzo. Mi lavo, bevo due bicchieri d’acqua e scaldo il latte. Accendo bassa la radio, i bambini devono dormire ancora. Il radiogiornale. La prima fetta di pane con la marmellata si tuffa nel caffellatte. E io ascolta. La mano rallenta, abbasso la testa. Tutto il mio corpo perde energia. Lo sconforto.

La voce racconta di come anche questa volta ci stiamo dividendo. Di come anche questa volta siamo gli uni contro gli altri, noi e loro, ma questa volta non è politica, non son solo parole di belle intenzioni. Questa volta sono e devono essere fatti e non possiamo permetterci di essere noi e loro. Ne va della nostra vita.

Siamo veramente così corrotti dall’individualismo? Siamo veramente diventati così stupidi e miopi da non capire che solo unendo le forze potremo farcela?

È il momento di unirci, non di dividerci. Sono tanti i problemi che dobbiamo affrontare, e non fra qualche decennio, ma adesso. Tanti problemi che dobbiamo affrontare adesso.

La razza umana ha sempre affrontato grandi prove di sopravvivenza, solo le ultime tre generazioni hanno vissuto una realtà diversa. La razza umana si è selezionata proprio grazie alla sua capacità di affrontare le grandi minacci alla sua sopravvivenza. E come l’ha fatto? Unendosi. Unendoci.

La grande capacità dell’uomo è quella di unirsi, quella di unire le forze. Quella di sommare le capacità degli individui per rendere più forte l’intera comunità. È la storia a insegnarcelo. Quando la sopravvivenza era procurarsi il cibo ogni giorni, ci siamo uniti in micro comunità, qualche famiglia, dove gli uomini andavano a caccia e le donne curavano i figli. Poi la sfida è stata garantirci il cibo per più tempo, e le comunità si sono ingrandite, è nata l’agricoltura con l’allevamento e le coltivazioni. Poi sono nate le nazioni, per avere più terreno da coltivare per garantirci ancora più cibo per sopravvivere. Così fino a oggi, dove crediamo che sopravvivere voglia dire conquistare la maggior quota del mercato, voglia dire vendere ancora di più, e così ci siamo uniti nelle multinazionali*.

Più le sfide, i problemi da affrontare erano grandi e impegnativi e più abbiamo unito le nostre forze. Più ci siamo organizzati per sopravvivere. Dobbiamo continuare a farlo.

Adesso le sfide, i problemi sono globali, colpiscono tutti e tutto il mondo, e l’unico modo per poter continuare a sperare di sopravvivere è continuare a unirci. Questa volta tutti, nessuno escluso.

Il coronavirus, come il riscaldamento globale, come la siccità che ci sta colpendo, come gli incendi in Australia, come l’invasione di manguste che sta devastando i paesi del centrafica, sono problemi per la mia di sopravvivenza, sono problemi per la sopravvivenza di tutti, per la sopravvivenza della razza umana. Sono cosciente e consapevole che da soli non potremo risolverli.

Uniamoci e avremo la speranza di sopravvivere.

Non è buonismo o terrorismo, è realismo insegnato dalla storia.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!!!

* vedi “Reinventare le organizzazioni” di Laloux

Adesso stiamo uniti, uniti tutto il mondo

Ho paura. È normale. Cerco notizie quasi in modo fobico sui contagi in Italia. È normale. Valuto le mie azioni sul coronavirus. Vado a Milano questo weekend o no? È normale.

Il coronavirus è un pericolo, la paura è l’emozione che ci tiene lontano dai pericoli. La paura ci serve per sopravvivere. È normale ed è giusto avere paura. Dobbiamo accettare, vivere la paura e poi usare il pensiero, il cervello, per valutare il pericolo è agire di conseguenza. Andrò a Milano ma eviterò luoghi affollati, mi laverò spesso e bene le mani e avrò sempre con me una mascherina e il liquido disinfettante.

Una cosa è sicura, ho più paura di quello che ho visto e sentito oggi alla televisione, alla radio. Politici che già cavalcano la notizia per i loro interessi elettorali. Discorsi che parlavano di noi e di loro. Discorsi di conflitto, di odio. Non verso il male del virus, ma verso altre persone.

Oggi più che mai abbiamo invece bisogno di collaborare, abbiamo bisogno di unire gli sforzi per capire, per contenere la diffusione del virus, per trovare una cura e un vaccino. E ognuno deve fare la propria parte.

Oggi tutte le persone del Mondo devono agire per questo con collaborazione e la fiducia.

Affrontiamo insieme questa paura, e farà meno paura, affrontiamo insieme questo problema, e lo risolveremo.

Un grazie di cuore e col cuore a tutti gli operatori sanitari, di tutti i livelli, per il lavoro che stanno facendo con grande coraggio.

Siete i nostri eroi, e il vostro cuore, la vostra passione per quello che fate è il vostro superpotere.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Non sono io il leone

“Sei un leone, una roccia, un grande! Alessandro!”, “Grazie, ma non è vero!”

Grazie, ma non sono un leone, una roccia, un grande. Io sono solo una persona normale che cerca di affrontare al meglio e al massimo possibile la vita, accogliendo tutto della vita, dalla vita. Sapendo che per godere delle cose belle, devo anche accogliere e vivere quelle meno belle. E credendo nel profondo che la cosa più importante sia non essere soli, sia avere vicino persone speciali e io, di persone speciali, ne ho vicine tantissime.

I leoni, le rocce, i grandi sono altri. Ne conosco tanti, sono persone speciali, che tutti i giorni affrontano le difficolta loro e degli altri. Conosco le persone speciali di ematologia di Cuneo. Si, loro sono leonesse, leoni, rocce. Si, loro sono grandi. Loro sono le mie rocce. Loro affrontano le difficoltà mie, nostre, dei pazienti, facendo il massimo per aiutarci, e affrontano le loro di difficoltà senza farle pesare a noi, e le affrontano tutti i giorni. Conosco le persone speciali dell’AIL di Cuneo, che col cuore cercano di aiutare pazienti e operatori.

Vedo tante persone speciali che tutti i giorni cercano di fare il meglio e il massimo per gli altri con i pochi mezzi a loro disposizione. Vedo gli operatori dell’ordine, i sanitari, i vigili del fuoco, gli impiegati dei vari enti pubblici. I militari, gli insegnanti. I tantissimi volontari delle associazioni. I tanti eroi che da soli cercano di mandare avanti questa nostra bella Italia. Le leonesse, i leoni che non si arrendono ma che continuano a lottare sono loro. E a loro nessuno dice mai “sei un leone, una roccia, un grade!”.

Le leonesse, i leoni, le rocce, i grandi sono le persone che tutti i giorni affrontano nell’anonimato, senza lamentarsi, col sorriso sulle labra e la speranza nel cuore la vita. Sapendo che sarà comunque fatica.
Le leonesse, i leoni, le rocce, i grandi sono le persone che tutti i giorni non si arrendono alle lamentele, che tutti i giorni scelgono di fare, per fare bene e per aiutare anche gli altri. Sapendo che sarà fatica, ma rendendo il Mondo un posto migliore.

Grazei, ma il leone, la roccia, il grande non sono io.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Sono Vivo, e questo è quello che conta

Giornata partita bene, sveglia presto. Alle 7,40 ero già alle Terme. No, non sto ancora “lavorando”, ma uscire di casa, andare alle Terme e stare in quello che prima era casa mia e adesso è il mio ufficio mi aiuta a sentirmi attivo. A sentire che sto riprendendo il ritmo.

Pomeriggio in ospedale, settimana di chemio dei vecchietti, quattro chiacchiere, due risate e due punture. Una per braccio, nelle tendine che fa meno male.
Esco e torno a casa a piedi. 1 chilometro e 30 metri, 12 minuti. Cammino calmo, ho portato le cuffie e ascolto un pò di musica. Qualcuna di San Remo di quest’anno non mi dispiace. Al sole si suda, all’ombra devo alzare il bavero. Do qualche colpo di tosse.

I pensieri sono nel presente, non riesco a portarli nel futuro. Se ci provo, rimbalzano nel passato, cercano la replica di quello che è già stato. Mi perdo perché quel passato non può essere più futuro.

Arrivo a casa, mi sono lasciato prendere dai brutti pensieri. Vedo nero, ho paura. Non è solo la salute, per quella ci sono persone speciali che si prendono cura di me. Tutto il resto. Tremo. Sarà l’effetto della chemio.

Mi butto sulla poltrona, è quella di camera mia di quando avevo 16 anni. Adesso è nello studio della casa nuova. Abbasso il cappuccio della felpa sugli occhi. Cerco il buio, chiudo gli occhi. Mi voglio allontanare da questa realtà. Sono esausto, mi addormento. Sogno, ma non ricordo cosa. Mi sveglio.

Il buio è ancora tutto li, e con lui la paura. Non so di cosa, forse dell’incerto. Sono bloccato, voglio andare a letto, continuare a dormire. Faccio la doccia e mi sdraio sul letto.

Ci provo. Metto la mano destra sul cuore e lo cerco. Cerco il suo battito, il suo ritmo, le sue energie. Eccolo, prima solo un sussulto, poi più forte, poi lo sento sempre più forte. Batte, lo sento, l’ho trovato.

Decido di accogliere la paura, oggi non la combatto. La lascio libera, e lei diventa dolore. Sempre più forte, mi sembra di esplodere. Mi manca il fiato, gli occhi bruciano, vorrei piangere, ma non ci sono più lacrime da tanti anni. Penso ai bambini, ed esplode in tutta la sua durezza. Mi attraversa, la sento. Mille immagini di spavento. Non la trattengo, è energia che si libera.

Sta andando, mi calmo. Si è liberata e sta lasciando spazio ad altro. La mano sempre sul cuore, il ritmo è cambiato. Lo sento. Per ora la paura è andata, si è compiuta. È parte di me, devo imparare ad accettarla. Devo smettere di combatterla, di reprimerla. La paura è segno del mio disagio. La mia paura non è mia nemica, la paura è mia alleata. Devo conoscerla, comprenderla. Capire cosa mi vuole dire, da cosa mi vuole tenere lontano.

Torna un pò di lucidità, torna la mia voglia di felicità. Il mio essere Feliciano. Sorrido, con fatica ma sorrido. La mano è sul cuore.

Sono vivo. Il cuore mi dice quello. Sono Vivo! Una piccola luce che diventa faro.

Il buio si illumina, c’è ancora ma la paura è andata.

Sono Vivo, e questo è quello che conta, tutto il resto lo devo accogliere mettendo il massimo e il meglio in tutto quello che faccio! Devo Amare la mia Vita, altro non ha senso fare.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!