Cosa dobbiamo ricordare oggi e sempre

Siamo stati anche noi e potremmo essere ancora noi. È questo quello che dobbiamo ricordare oggi. Che dovremmo ricordare oggi e sempre.
Non parlo delle leggi razziali italiane, parlo del fatto che anche noi siamo uomini e donne, che anche noi siamo uomini e donne come quelli che hanno portato gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari, i malati di mente e tutti gli altri a morire nelle camere a gas. Si, anche noi siamo come loro.

Anche noi siamo come i primi conquistatori che hanno massacrato più di 90 milioni di nativi americani, o come i belgi che all’inizio del secolo scorso hanno ucciso 10 milioni di congolesi. Anche noi siamo come loro. Anche noi siamo come gli uomini e le donne che da sempre scelgono l’odio, scelgono di essere il male e di uccidere altri uomini e donne.

Dobbiamo ricordarci che non siamo noi e loro, dobbiamo ricordarci che siamo sempre e solo NOI. Dobbiamo ricordarci che sono le scelte che facciamo che fanno la differenza fra fare per il bene o fare per il male.

Solo con questa consapevolezza possiamo ricordarci di fare la scelta giusta. Di scegliere l’amore, di scegliere la collaborazione e non il conflitto, l’odio, il rancore. Che non dobbiamo cercare negli altri le colpe dei nostri problemi, ma che anzi è proprio negli altri che dobbiamo e possiamo cercare l’aiuto, la soluzione ai nostri problemi.

Oggi e sempre dobbiamo ricordare che solo con questa consapevolezza possiamo fare la scelta giusta. Solo con questa consapevolezza possiamo scegliere di collaborare per costruire un Futuro Migliore.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

365° gg, Cuneo Sabato 11.1.20 12.00

Un anno. 365 giorni.
Giusto un anno fa ieri finivo di leggere “The Miracle Morning” di Hal Elrod, regalatomi da un caro amico, e iniziavo a fare, a mio modo, quanto scritto nel libro. Il rito del mio risveglio, del mio iniziare la giornata. In realtà inizia con gli ultimi pensieri dalla sera prima, quelli proprio prima di addormentarsi. Quella serie di immagini che ti portano nel dormire.

Più o meno è. Sveglia presto, fra le 4.45 e le 5.30. Metto i vestiti comodi che ho preparato la sera prima sulla sedia vicino al letto. In bagno per pipi, mani e faccia. Poi 2 bicchieri d’acqua e mi siedo sul divano. 5 minuti di respirazione, 5 minuti di affermazioni, 5 minuti di visualizzazione degli obiettivi. Ricca e lunga colazione, vi assicuro che questa parte fa la differenza. Scrivo la pagina del diario, con le cose fatte il giorno prima, ringraziando per le cose belle e riflettendo e cercando di imparare da quelle meno belle. Proseguo con 20 minuti di lettura o di un bel video TED. Faccio scendere la colazione e poi esco per 6 chilometri di camminata. Torno, 15 minuti di allungamenti. Doccia e via. Se tutto quadra finisco fra le 7 e le 7.30. Cosi sono state la maggioranza delle mattine degli ultimi 365 giorni.

Lo so, è uno sbattimento, tante volte è stata una faticaccia. Non è stato facile. Non ci sono riuscito sempre, alcune volte ho tagliato e modificato. Soprattutto in vacanza, quando ho dormito fuori per lavoro, o se la sera prima sono andato a dormire tardi. Negli ultimi due mesi in ospedale, tutto ridotto e modificato. Il diario si, quello si. Mancano solo i 10 giorni segnati come “persi”. Erano i giorni della morfina, dell’aplasia, del non capire dove ero girato.

Sicuro, vivere da solo aiuta, cosi come vivere a 3 minuti a piedi dall’ufficio, non fare turni o altro. Ma vi assicuro che per me la sensazione di guardare l’orologio e vedere che ho tutta la giornata davanti e le cose importanti come prendermi cura del mio spirito, del mio corpo e della mia mente le ho già fatte, è una fonte di energia pazzesca.

Non credo sia niente di particolarmente miracoloso, nessuna magia o altro. Per quanto mi riguarda credo sia un giusto modo per fare il punto, per rimanere focalizzati sulle cose fatte e da fare e soprattutto mi permette di compensare quella smania del nostro tempo di voler fare sempre di più, di essere iper performanti. Di compensare quel senso di inadeguatezza, quel senso che per me è una via di mezzo, un insieme, fra un senso di colpa per quello che non faccio e di responsabilità per quello che dovrei fare. E un pò di disciplina e rigore aiuta sempre.

Non so se faccia bene, sicuro male non fa. Soprattutto perché mi permette di avere uno spazio “sicuro” per poter leggere, cosa che mi piace un sacco, e un qualcosa che mi “spinge” senza scuse a fare un pò di attività fisica tutti i giorni.

Il punto è che è passato un anno, il punto è che sono passati 365 giorni, o no. O forse no, anzi sicuramente no. Il vero punto è che non è trascorso del tempo, il tempo non esiste, il vero punto è ho fatte delle cose. Tante cose.

Il diario ne è la dimostrazione, la mia vita. Il valore della mia vita, non è stato il tempo che è passato, che è trascorso. Il valore della mia VITA è stato cosa ho fatto in questi 365 giorni, cosa ho fatto, tra queste 365 albe. Li è la differenza.

Nel diario non trovo il trascorrere del tempo, nel diario trovo cose fatte. Alcune, moltissime, belle. Altre meno, ma cose fatte o non fatte. Qui la differenza. Qui la nostra responsabilità.

Faccio mio il concetto del fisico Rovelli, il concetto del trascorre del tempo è solo il modo che utilizza il nostro cervello per catalogare le cose che abbiamo fatto e quelle che vogliamo e dobbiamo fare. La stessa fisica quantistica non utilizza il tempo nelle equazioni base per spiegare il tutto. La realtà esiste quando accadono degli eventi. È solo attraverso la realizzazione degli eventi che si realizza la realtà. Il tempo non c’entra.

La nostra VITA, non è un trascorrere del tempo. La nostra VITA è un susseguirsi di fatti, di eventi, di accadimenti. O di non fatti, di non eventi o di non accadimenti. Molti non sotto il nostro controllo, ma tantissimi si. Con questa consapevolezza dobbiamo essere noi a decidere cosa “fare” della nostra vita. Cosa “fare” nella nostra vita.

Per questo per la vita non conta chi siamo, cosa abbiamo, nella vita conta cosa facciamo.

A noi la scelta, credere che la vita sia il trascorrere del tempo, che la vita sia un’attesa della fine. Un’attesa più o meno passiva. O, come credo io, come voglio agire io, scegliere di credere che la VITA sia il nostro fare, credere che tutte le albe, possiamo decidere noi di cercare di fare quello che vogliamo sia la nostra vita.

È difficile, è la più grande responsabilità. Essere noi a FARE la nostra VITA, essere noi a VIVERE. È difficile, non ci sono scuse, giustificazioni. Una vita senza ma, senza se. Una vita di fatica. Una VITA di cose da voler fare, da voler realizzare. Una vita di piccoli e grandi obiettivi. Una VITA di FARE, di fatica, di soddisfazioni, di delusioni, per raggiungere i piccoli e grandi obiettivi.

Si, non si può sempre fare quello che si vuole, ma si può sempre provare a farlo. Tutte le 365 albe di quello che noi chiamiamo un anno.

Per me ogni alba, ogni sole che sorge, è il rinnovarmi la voglia di FARE LE COSE CHE MI RENDONO FELICI. Ogni alba è il ricordami che sono io a scegliere cosa fare, e io voglio scegliere di fare per lasciare ai miei figli, alle generazioni future un Mondo Migliore di quello che ho trovato. Questo inizia e passa dall’amare la vita, la mia vita.

Scorro il diario, 365 pagine. Tanti grazie, tanti devo imparare. Tantissimi oggi sto bene, alcuni oggi sto male. Tantissime cose fatte! Tantissima VITA vissuta.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

L’atto più sostenibile per il nostro futuro è non sprecare

Lo so, lo sappiamo. La grande sfida di questo decennio appena iniziato è rendere il nostro agire sostenibile. La grande sfida è rendere il nostro agire tale da garantire a noi e alle prossime generazioni un futuro di qualità, migliore del nostro presente.

Dobbiamo rendere il nostro agire, il nostro fare, il nostro vivere sostenibile. Sostenibile a livello sociale, ambientale, umano ed economico. Le 4S. Quattro ambiti, tutti importanti e necessari per il nostro futuro, nessuno può essere trascurato o sottovalutato.

Dobbiamo partire da quello sociale, perché solo attraverso la creazione di una società basata sulla collaborazione, sull’unione degli intenti, potremo affrontare in modo veloce e efficace le altre 3 sostenibilità. Dobbiamo iniziare a basare da subito, da adesso, da domani mattina, le nostre relazioni umane sul collaborare e non più sul confliggere.

Dobbiamo iniziare a vedere le altre persone, che sia nostra moglie, nostro marito, il nostro vicino, il nostro collega, il nostro sindaco, come qualcuno che ci può aiutare e possiamo aiutare, e non come qualcuno che ci può togliere e portare via qualche cosa. Non possiamo più rimanere legati al vecchio pensiero di essere al centro del nostro benessere. Mi spiace le cose sono cambiate. Oggi, in questo nuovo decennio, possiamo pensare al nostro benessere, solo se ci collochiamo all’interno di una comunità di valore. All’interno di una comunità basata sulla collaborazione, che sia la nostra famiglia, il nostro condominio, l’azienda per cui lavoriamo, che sia la nostra città, il nostro Paese. Il nostro benessere si realizzerà a pieno solo all’interno di una comunità basata sulla collaborazione.

Il futuro presente è, può e potrà essere basato solo sulla collaborazione. È e potrà essere solo l’unione del nostro agire per un obiettivo più grande. Per l’obiettivo, per lo scopo alla base della vita. Il sopravvive. Dobbiamo unire le nostre differenze, dobbiamo valorizzare le nostre differenze, perché solo così potremo sperare in un Mondo Migliore.

Io ci credo e agirò per questo, per creare una comunità di comunità. L’obiettivo è chiaro, Sopravvive e creare un Mondo Migliore per noi, per i nostri figlie e le generazioni future. Il come anche, collaborare per rendere il nostro agire sostenibile già da subiti, partendo dalle piccole cose del quotidiano, per poi unirci per cambiare le grandi cose, le grandi abitudini. Dal buongiorno col sorriso al nostro vicino e collega, al migliorare le abitudini alimentari e di consumo di tutti, soprattutto della parte fortunata del mondo.

Qui il punto di questo post. Qui forse il punto di tutto. Noi, i fortunati del Mondo, dobbiamo smettere di sprecare.

Noi, i fortunati del Mondo, dobbiamo da subito tornare a dare valore alle cose, che siano piccole o grandi. Dobbiamo ritrovare l’insegnamento più importante dei nostri Nonni. Non dobbiamo sprecare le cose, che sia cibo, vestiti, tecnologia, mobili o qualsiasi altra cose, non dobbiamo sprecare, buttare. È contro quello che ci viene detto ogni giorno da 60 anni, ma se vogliamo garantirci un futuro dobbiamo smettere di sprecare, di comprare e poi buttare per compare altre cose.

Noi, i fortunati del Mondo, buttiamo nella spazzatura ogni giorno un terzo del cibo che abbiamo comperato. Mio nonno mangiava pane nero e cipolle, faceva 20 chilometri in bicicletta per 6 uova. La carne era la festa, polenta e latte, polenta e vino, la normalità.

Scusa nonno, scusate tutti. Avete sofferto, per voi la fame era la normalità. Scusate voi non fortunati del Mondo, per voi la fame è la normalità.

Ho capito, adesso devo imparare. Devo smettere di sprecare. Non solo nel cibo, in tutto. Devo essere più consapevole del mio agire, dell’impatto del mio agire sul Mondo. Su un pianeta con risorse limitate, sull’orlo di una crisi forse di non ritorno. Per questo devo agire da subiti, da adesso. Domani è già tardi.

Ha senso acquistare una macchina che consuma meno con meno emissioni se la mia funziona ancora bene e ha 3 anni di vita? No, l’impatto ambientale per produrre una macchina nuova, anche se più ecologica, e smaltirne una vecchia ha un impatto ambientale sicuramente maggiore.

Ha senso cambiare zaino, giubbotto, scarpe perché quelle nuove sono fatte con materiale riciclato? No, assolutamente no! Buttare via uno zaino, un giubbotto, un paio di scarpe, che non hanno problemi, solo perché quelle nuove riciclate sono più cool, più fighe, più alla moda, che ci etichettano come persone attente all’ambiente è un atto sconsiderato. È il contrario di quello che si dovrebbe fare, non sprecare.

L’atto più intelligente, ecologico, sostenibile è NON SPRECARE!

Il Mondo non lo salviamo differenziando perfettamente i nostri rifiuti, il Mondo lo salviamo facendo meno rifiuti possibili! Come facevano i nostri Nonni, non sprecando niente.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Due vite troppo giovani si sono spezzate, l’unica cosa che possiamo fare è imparare

Ammassati, il cancello è ancora chiuso. Con me c’è Stefano e Toni. Mancano 10 minuti, i 10 minuti più lunghi della giornata. 5 minuti. Aprono. Finalmente liberi, finalmente è libera uscita. Scappiano, corriamo giù per Via Flaminia. Destinazione il centro.

Il semaforo è rosso, noi siamo tanti e tanta è la nostra voglio di scappare dalla caserma. Qualcuno non resiste e attraversa. Le macchine passano veloci, molto veloci. Prima c’è un rettilineo, e quando il semaforo è vedere, accelerano tutti per non perderlo. È un incrocio pericoloso, molto pericoloso. L’hanno detto anche in caserma.

Mancano pochi minuti, dobbiamo rientrare. È tardi, se ci chiudono fuori sono cazzi. Puniti e addio libera uscita per un bel pò. È già buio, corriamo tutti, il semaforo non lo guarda più nessuno. Dobbiamo attraversare e rientrare. Chi è dietro taglia, scavalca il guard rail e passa dal McDonald’s. Siamo in branda, buon notte.

Conosco quell’incrocio. È l’incrocio della tragedia del 21 dicembre.

Quell’incrocio, quel pezzo di strada. Il dover attraversare Corso Francia. È qualcosa di particolare nella mia memoria. Non so perché, ma è segnato come pericolo. L’altro giorno l’ho riconosciuto subito. Il Conad, il McDonald’s, le macchine che sfrecciano. I negozi sulla strada, la strada quasi nei negozi.

Il 21 è successa una tragedia che ha colpito tutti. Litri di inchiostro e ore di trasmissioni. È sufficiente il nostro cordoglio, il nostro affetto e vicinanza alla vittime, ai parenti? No.

Sono giorni che ci penso, che ci rifletto, che cerco di capire per imparare. Quante volte avrei potuto essere il ragazzo alla guida? Quante volte avrei potuto essere una delle vittima?

Quante volte uso il telefonino mentre guido? Quante volte attraverso dove non posso? Quante volte ho scavalco un guard rail o attraversato con il rosso? Fatto un’inversione a U? Quante volte ho accelerato al giallo? Tante volte, troppe volte. Quante volte ho infranto qualche piccola regola, “ma dai, cosa vuoi che sia, lo fanno tutti, l’ho già fatto tante volte”, mettendo a rischio la mia Vita, la Vita degli altri. Tante volte, troppe volte.

Il 21 è successa una tragedia, sono morte due ragazze e un ragazzo ha segnato per sempre la sua vita. Non doveva succedere, ma è impossibile tornare indietro, è impossibile cancellare.

Di fronte a questa tragedia, di fronte a queste e due vite spezzate, ognuno di noi ha una grande responsabilità. Ognuno di noi ha la responsabilità di imparare da quello che è successo, perché non succeda più. Ognuno di noi ha il dovere di imparare a dare valore alla Vita.

Non possiamo tornare indietro, cancellare quello che è successo, ma possiamo, dobbiamo impara a rispettare e a dare valore alla Vita. La nostra, quella degli altri.

Dobbiamo imparare a non bere quel bicchiere in più se dobbiamo guidare. Ad attraversare sulle strisce e aspettare il verde. A non accelerare col giallo, a non messaggiare se stiamo guidando. Dobbiamo imparare a rispettare i limiti di velocità, i semafori, i segnali. Dobbiamo imparare a rispettare le regole, a rispettare la Vita.

È l’unica cosa giusta da fare per dare valore alle vite che ogni giorno si spezzano troppo presto.

La vita è il dono più prezioso che ci è stato fatto. È nostro dovere prendercene cura. È nostro dovere prenderci cura della nostra di Vita e di quella degli altri.

Ho capito, spero anche di aver imparato!

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Dieci anni fa, più o meno ora

Dieci anni fa, più o meno ora. Le macchie sulle braccia da qualche mese che non vogliono andare via. Le analisi con tanti, troppi, asterischi arrivate nel pomeriggio. Massimo e Claudio, che si guardano perplessi. “Alessandro vada a fare un giro in ospedale. Chiamo io ematologia e li avviso. Così ci tranquillizziamo”. Io che passo da casa a prendere Yara. Kiki al piano di sopra nella culla, ha 29 giorni. Xander col ciuccio in bocca seduto sui primi gradini della scale con Helena vicino, ha un anno e mezzo. Mi guarda, non mi avvicino, rimango sulla soglia ad aspettare. “Veloce Yara, che poi alle 5 e mezza la dottoressa va via”.

Nevica, i pochi minuti in macchina. Io che sono sicuro che guarderanno le analisi e mi diranno di tornare dopo la befana. Entriamo in ospedale. I guanti nuovi che mi ha regalato Yara per il compleanno che non trovo più. Che non ho mai più trovato.

L’arrivo nel reparto, fuori è già buio. Un’infermiera che ci accoglie e ci porta della dottoressa. “Dobbiamo rifare gli esami, o sono sbagliati o c’è qualche cosa”. “Si sdrai in quel letto”. “Ha un’attività sessuale a rischio HIV?”, “No”.

Il reparto mi sembra vuoto. Solo io, Yara, la dottoressa e l’infermiera. La luce è ovattata, non sento altri rumori. “Le metto una coperta che fa freddo”.

Le analisi sono confermate. 20 globuli bianchi. “La dobbiamo ricoverare”. Chiamo Nadia, spiego quel niente che ho capito. “Appena posso ti aggiorno”. Yara va a prendermi pigiama e altro.

Mi portano nella camera sterile, per me solo una stanza molto grade. Quasi mi stupisce. C’è una poltrona, una ciclette, la televisione e un telefono privato. Io sto bene, mi sembra un gioco.

Un infermiere mi spiega in modo dettagliato come mi devo lavare i denti, come devo fare i risciacqui. Come si usano i campanelli vicino al letto. Penso che siano cose inutili da dirmi, perché domani io torno a casa.

La sera passa veloce. È già domani. La vigilia di Natale 2009. Sveglia presto, prelievi del sangue e subito un aspirato. La puntura nella schiena.

Non ricordo i volti, i nomi. Nel frattempo Nadia è arrivata. Arriva il primario. Yara non c’è, è a casa a organizzare e a prendermi altre cose.

“Signor Invernizzi, ha una leucemia acuta. Non sappiamo ancora dirle con precisione che tipo, ma è sicuramente molto aggressiva. Dobbiamo attivare subito i protocolli per i trattamenti”. “Che possibilità ho?”, “lei è giovano, in buono stato fisico generale. 50% di non farcela, 25% di farcela ma dovendo prendere sempre delle medicine. 25% di guarire completamente”. Ho sentito solo la terza risposta.

Esce il primario, qualche minuto e arriva Yara. Mi guarda, ha parlato col primario. Scoppiamo a piangere e ci abbracciamo. Rimaniamo abbracciati. Dieci anni fa, più o meno ora.

Dieci anni sono tanti. Questi dieci anni sono tantissimi. Tutto era diverso, il mondo era diverso. Soprattutto io ero diverso. È passato un decennio, un ciclo. Gli anni dieci del XXI secolo.

Sono ancora qui, la camera è un’altra, di mesi in ospedale ne ho fatti tanti. Molti occhi sono gli stessi. L’infermiera, Carla, ha cambiato reparto, la Dottoressa è ancora qui. Tutti siamo cresciuti, siamo cresciuti insieme.

Quante cose la Vita mi ha insegnato, alcune le ho anche imparate. Quante persone speciali ho incontrato, tantissime sono rimaste nelle mia Vita, alcune sono rimaste nel mio cuore.

Adesso, più o meno ora, sta finendo un ciclo. Adesso, più o meno ora, sta per iniziare un nuovo ciclo.

Dieci anni, tutto è cambiato.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Niente pappa pronta, bisogna fare fatica

“Non mi fermo a cena, devo rientrare a Cuneo, domani mattina ho un incontro alle 8”, “dai una cosa veloce, così facciamo quattro chiacchiere”, “non riesco”, “dai”, “ok”.

“Piacevolissima serata e interessante quell’idea, dobbiamo approfondire. Ciao!”. “Certo, buona notte”. “Vai piano che sono 300km”. Cazzo 300km e piove.

Il navigatore dice che arriverò alla 1.45, un quarto d’ora per fare tutto. Alle 2 dormo. Domani ritardo la sveglia, la metto alle 6.30, così dormo 4 ore e mezza e ho tempo per preparare l’incontro delle 8.

Cavolo sono ancora in tangenziale a Torino. Sono a metà strada, non ce la faccio. Con questa pioggia non si vede niente. Sono a pezzi, mi bruciano gli occhi. Mi si chiudono gli occhi, ho sonno. Troppo sonno. Adesso mi fermo e riposo 10 minuti. No, tieni duro, è tardi. Dormirai quando arrivi. Abbassa il finestrino, vedrai che l’aria fredda ti aiuterà. Cazzo mi sono lavato.

Non ce la faccio… sbang, che male. Sbang, sbang, cazzo, cazzo che male. Le sberle in faccia sono le uniche cose che mi svegliano un pò. Dai mancano solo 90km.

Grazie a Dio sono arrivato. Sono sotto le lenzuola. Sono le 2.20. Notte.

La prossima volta non mi fermo, parto subito. Troppo faticoso e pericoloso, però bella quell’idea e interessante quell’amico di Andrea. Magari si riesce a fare qualche cosa insieme.

Quante volte mi è successo? Tantissime. Come gli 80mila chilometri all’anno in macchina. Come il non avere un buco in agenda per mesi, il non mangiare a casa per settimane. Il non accendere la televisione da anni, il frigo vuoto. Come il puntare la sveglia alle 6.30 quando voglio dormire un pò di più. Come la difficoltà di incastrare 10 giorni di vacanza.

Questa è stata la mia vita, questa è la vita delle persone che conosco e che realizzano belle e grandi cose. Questa è la vita che mi piace fare. Una vita di cose fatte e da fare. Una vita di fatica, che ti stanca ma che ti da grandi soddisfazioni. Una vita che quando ti fermi e ti giri indietro, non vedi la fatica che hai fatto, ma vedi tutto quello che hai realizzato. Una vita, che quando guardi avanti, non vedi la fatica che farai, ma vedi tutte le cose ancora da fare.

Una vita dove si parla di cose da fare, di idee, di progetti. Una vita dove non si parla delle persone ma di cosa fanno le persone. Una vita dove sai che lamentarsi è solo perdere tempo. Dove lamentarsi è stupido, perché è la vita che hai scelto. Che hai scelto tu.

Una vita del fare, una vita dove non punti sulla fortuna, ma sull’impegno, sulla determinazione, sulla costanza. Sul svegliarsi presto alla mattina, sull’andare a letto tardi alla sera. Sull’ascoltare, sul parlare, sul pensare tanto.

Una vita dove punti sulla tua capacità di gestire e reggere la fatica. Dove ti alleni alla fatica per raggiungere i tuoi obiettivi.

Non è una vita di sacrifici, non è una vita di dolore. Non è una vita di rinunce e sofferenza. Ansi, proprio il contrario. È una vita di soddisfazioni, di gioia, di veder realizzare idee, progetti, cose. È una vita per realizzare i propri sogni. È una vita di realizzazione.

Si, c’è anche lo sfinimento, lo sconforto, il panico, la delusione. In quei momenti contano le persone della tua squadra, le persone che ti circondano.

C’è anche la necessità di continuare a capire, studiare, sperimentare. Di continuare a mettersi in gioco, di vivere di tanti dubbi e poche certezze. Provare, sbagliare e riprovare. Non è una vita dalla pappa pronta. Sicuro non è una vita comoda, facile e veloce.

È una vita scomoda, complessa e di fatica, ma che da senso al vivere. Alla Vita!

Si, col tempo ho imparato a gestire meglio l’agenda, a stare di più coi miei figli. Ho imparato a fermarmi e godere del panorama. A prendermi dei giorni per andare in moto. Col tempo sono maturato e ho capito. Col tempo ho capito cosa sono le cose veramente importanti per me, ho capito per cosa scegliere.

Ho capito per cosa vale la pena fare fatica.

Col tempo ho imparato a scegliere. A essere io la guida del mio fare per raggiungere i miei obiettivi. A essere io a scegliere per me e per la mia felicità.

Ognuno è libero di fare quello che vuole della propria vita, ognuno è libero di avere o non avere obiettivi. Di agire o non agire per questi obiettivi.

Quello che ho capito è che senza fatica, impegno e determinazione si ottiene poco o niente.

Scrivo questo soprattutto per i giovani. Per quei giovani a cui gli viene raccontato ogni giorno che la vita deve essere facile, comoda e veloce. Dove tutto gli è dovuto senza fatica. Dove i modelli di successo sono 15enni che guadagnano milioni di dollari, giocando ai video giochi su YouTube, inventandosi canzoni o truccandosi in diretta.

Attenzione quella non è la vita reale, non è la normalità. Quella è l’eccezione, è quello che normalmente non succede.

Dietro a quel 15enne che ce la fa, che è l’eccezione, ci sono centinaia di migliaia di altri 15enni che non ce la fanno, che sono la normalità.

Dietro a quel 15enne che ce la fa, ci sono tantissime ore di impegno, di studio, di fatica. Di allenamento. Di provare e riprova. C’è comunque una vita di dedizione e fatica.

Nella mia vita ho incontrato tantissime persone di successo, persone che hanno realizzato grandi e belle cose. Tutte hanno fatto fatica, tanta fatica per raggiungere i loro traguardi, ma tutte, proprio tutte, erano felici di aver fatto e di fare quella fatica.

Ho ottenuto e fatto tante belle cose nella mia vita e questo perché sono una persona di fatica, non perché sono una persona di talento.

Non aspettate che le cose accadano, non cercare la scorciatoia, non cercate la via più breve facile e comoda. Uscite dal letto. Alzatevi dal divano, dal tavolino del bar. Scegliete il vostro sogno e iniziate a fare fatica per realizzarlo.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Scrivo perché voglio essere letto

Vrrrr… vrrrr… un commento su Facebook. Il commento è lungo, molto più lungo del solito. Qualcosa non torna. Lo scorro veloce. Sono diversi giorni che non entro nei social, mi sono concentrato su altro. Questo però lo leggo, è un commento lungo. Diverso dagli altri. Mi viene contestato un pò di tutto. Le cose che dico, che scrivo, che faccio o che non faccio. Rimango allibito. Vorrei rispondere, capire, confrontarmi. Contestare. Ma rileggo. Non mi è tutto chiaro. Vorrei rispondere ma lascio stare. Lo lascio li, non lo elimino. Se è stato scritto, forse un motivo ci sarà. Forse lo capirò meglio più tardi, con più calma. Lo rileggo e non capisco.

Vrrrr… Vrrrr… pochi minuti. Un’altra notifica. Una prima replica. Vengo difeso, qualcuno cerca di dare una lettura diversa al mio agire. Vrrrr… Vrrrr… I toni si alzano. Non è quello che voglio, nascondo il post dalla bacheca sperando di bloccare la cosa. Non si ferma, chi aveva già commentato continua a ricevere gli aggiornamenti e i nuovi commenti.
Elimino il post, blocco tutto. Ma cosa è successo? Ma cosa sta succedendo?

Scrivo per essere letto. Non perchè la gente mi insulti, si insulti. Ansi cerco di scrivere proprio per creare un dialogo basato sull’ascolto, sul confronto. Scrivo per poter capire , per poter crescere.

Ho eliminato il post perché il modo di comunicare si stava allineando verso il conflitto, verso l’insulto. I contenuti erano passati in secondo piano. L’ho scritto, lo scrivo e lo scriverò. La differenza la facciamo quando non cadiamo nello scontro, nel conflitto, quando usiamo l’ascolto per capire meglio.

Mi chiedeva perché scrivevo? Cosa voglio dimostrare col mio scrivere?

Scrivere è la mia riscossa da quell’essere un bambino simpatico, intelligente ma che non si applica. A quell’essere un pò stupido, ma che non si può dire. Scrivere è la rivincita della mia dislessia, dell’avere un disturbo di apprendimento. [Nota: Non un modo diverso di apprendimento, come avrebbe senso dire, ma un disturbo, come invece viene definita la DSA. Disturbi Specifici di Apprendimento].

Scrivo per raccontarmi, scrivo per condividere, scrivo perché questo mi fa entrare in contatto con le persone. In relazione con le persone. Scrivo perché mi piace scrivere, e soprattutto perché mi piace essere letto.

Scrivo perché vorrei lasciare ai miei figli un mondo migliore di quello che ho trovato. Scrivere, comunicare, parlare, ragionare insieme e cercare di capire sono parte importantissima del cammino per raggiungere il mio obiettivo.

Ho iniziato a scrivere 10 anni fa durante il primo ricovero. 3 mesi in camera sterile. È stata una necessità, è stata la mia salvezza. Senza lo scrivere, il comunicare, il rimanere in contatto col mondo esterno sarei andato fuori di testa. Grazie a quello scrivere ho capito tante cose. Grazie a quello scrivere, allo scrivere, ho iniziato a rifletto e cerco di capire, di migliorare. Grazie allo scrivere, ho iniziato a leggere molto di più, ad ascoltare molto di più.

Dieci anni fa mi leggeva qualche amico, che tramite il passaparola, un sentito dire, aveva saputo del blog 18mq. Facebook e i social era ancora agli albori. Le cose viaggiavano parallele. Almeno così nella mia vita. Mi ricordo di aver chiesto agli amici di non postare niente in merito al mio ricovero su Facebook, volevo che rimanesse “tra di noi”. Ingenuo? No, era un mondo diverso, ci comportavamo e vedevamo le cose in modo diverso.

Nella mia mente, c’era una chiara distinzione fra il mio sito/blog e Facebook. Il primo un mio luogo, seppur virtuale ma mio. Il secondo, Facebook, la piazza del paese. Dove circolavano notizie. Notizie che si evolvevano, si trasformavano per vivere una vita proprio.

Durante il ricovero del 2016 scrivevo ancora solo su 18mq e facevo le dirette del “dance time” su Periscope. Il blog 18mq e Facebook, viaggiavano ancora in parallelo, non dupplicati. Su Facebook avevo ancora solo il profilo, non avevo pagine ufficiali. L’idea dei Feliciani nasceva proprio in quei giorni.

Adesso è diverso, il fulcro sono i social. L’ingresso nel web passa da li, che sia Facebook, Instagram, Linkedin, o qualsiasi altro social in divenire o andato. L’ingresso nel web passa da un’applicazione installata su uno smartphone o su un tablet.

Dieci anni fa, ma anche meno, entrare nel web era un momento sacro, di totale concentrazione e dedizione. Si accendeva il pc, si aspettava l’avvio, ci si connetteva e si rimaneva li concentrati. Connettersi costava, il tempo era prezioso.

Oggi tutto si è ribaltato. Il Web è il riempitivo di momenti distratti, è il riempitivo della noia. Dell’attesa. Sui mezzi pubblici, in coda al supermercato. Mentre cammini per strada, in palestra. In bagno.

Il modo di usare il web è totalmente cambiato, ma io continuo a scrivere per essere letto. Per comunicare, condividere, capire e migliore. Per testimoniare.

Se pubblico solo nel sito, le visualizzazioni del post sono qualche decina. Se rimando la pubblicazione anche nei profili social, con un titolo drammatico, le visualizzazioni diventano migliaia, i commenti centinaia e le condivisioni decine. Tutto è cambiato. Pochi commenti di confronto, di discussione, di approfondimento. Tantissimi commenti di supporto. Pensandoci è proprio come nella vita. Le discussioni, gli approfondimenti, i confronti si fanno in luoghi appartati, dove c’è silenzio, dove non si è disturbato. In piazza ci sono i comizi, dove uno parla e gli altri o approvano o contestano. In piazza tutti parlano, tutti dicono la propria. Mille argomenti, mille ragioni. In piazza c’è confusione.

Lo so, sto dicendo cose banali. Molto banali. Lo so perché sono anche io così. I social sono soprattutto intrattenimento, sono un nuovo modo per far passare il tempo, per distrarre la nostra attenzione, il nostro cervello. Sto generalizzando, lo so, ma mi serve per capire. La mia dislessia funziona così.

Si chiama sempre web, sono sempre io a scrivere e qualcuno a leggere ma tutto è cambiato. Sono già inciampato su un paio di post, e sono anche caduto. Post intimi e personali, urlati però in piazza. Fra il bailamme di tante voci, ascoltati da persone distratte e annoiate.

Avevo perso quel limite che prima mi era ben chiaro fra il mio luogo, il mio posto, il mio sito/blog, e la piazza del paese, i social.

Ho sbagliato io, lo so. Mi sono lasciato prendere la mano dallo strumento, dalla potenza dello strumento. Migliaia di visualizzazioni, migliaia di persone che leggono il mio scrivere. Il mio petto dislessico che si riempie d’orgoglio.

A questo punto cercherò di capire e imparare. Cercherò di ritrovare quell’equilibrio. Continuerò a scrivere i post qui nel sito, nel mio luogo. Condividendo poi la pubblicazione sulle pagine dei social. I commenti, il confronto, la discussione cercherò di tenerla qui, nel mio luogo.

Cosa scriverò? Non lo so, ma il mio obiettivo sarà sempre lo stesso. Lasciare un mondo migliore di quello che ho trovato. Racconterò della mia vita, dei feliciani, del mio modo di vedere l’economia. Delle mie idee.

Cercherò di raccontarvi il maggior numero possibile di cose belle, ma vi racconterò anche quelle meno belle. Perché così è la vita.

Spero di ritrovarvi, spero di continuare questo cammino ancora con voi.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Ho sorriso poco

Rallento, cerco l’ombra. Mi appoggio, ma non mi siedo. Questo pezzo è stato difficile, tutto sotto il sole. Il passo non teneva. Questo pezzo è stato duro. Ogni tre passi in avanti, mi sembrava di farne due indietro. Certe volte non vedevo la cima, non vedevo il sentiero. Certe volte era buio pesto, certe volte il sole accecava. Ero perso nel corpo e nei pensieri. Ma avevo capito, avevo imparato. Ho aspettato, ho accolto, ho dato fiducia.

Ho sorriso poco, non sapevo per cosa sorridere, contro chi sorridere. Non sapevo se il problema fossi io, la chimica, la malattia. Non sapevo. L’energie erano poche, e mi sono affidato. Le energie erano per non demoralizzarsi, per non lasciarsi perdere. Per non arrabbiarsi, per non disperarsi. Le energie erano per non aver paura. Le energie erano tutte per stare nel presente, per dare tempo. Non contavo i passi, i giorni, non cercavo la cima o la prossima curva. Appoggiavo il piede lentamente in avanti, lo posizionavo, centravo i pesi e col minimo sforzo possibile facevo un altro passo. Pronto con le mani. Nel caso cadessi. Fatto. Non contavo quel passo, non sapevo quanti me ne mancassero, ma sapevo che quel passo era l’unica cosa giusta da fare.

Il sentiero c’è, lo so, non lo conosco ma so che c’è. Unico mio dovere è non fermarmi troppo, è far quel passo.

Ho ripreso fiato, non mi giro, non guardo quanta strada ho fatto. L’ho fatta. Mi raddrizzo, sistemo i pesi, lo zaino. Ho ripreso le energie. Alzo lo sguarda, il cielo è azzurro. Non vedo la cima, intravedo la prossima curva. So che c’è una cima, so che ci sono delle curve. So che c’è ancora da salire, spero in qualche discesa. So che c’è un sentiero, questa è la cosa che conta. So che il mio dovere, so che il mio vivere adesso è fare il prossimo passo. Sorrido.

Sorrido. Abbasso lo sguardo, cerco l’appoggio, centro i pesi e sposto lentamente il piede in avanti. Lo faccio. Fatto. Adesso al prossimo.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!

Non siamo al centro del Mondo ma siamo al centro del nostro di mondo, della nostra vita

Lo so, l’ho imparato sulla mia pelle. Tanti soffitti, di tante notti insonni come questa. Soffitti diversi ma la frustrazione sempre la stessa, ma cosa posso fare io. Cosa devo fare io.

Prima la frustrazione era molto forte, prima vedevo i problemi del Mondo, e con arroganza, mi chiedevo come potevo Io risolvere quei problemi. Come potevo essere Io quel super eroe che volando con i suoi super poteri salvava il Mondo. Tutto il Mondo. Così mi addormentavo felice, ma la notte dopo il soffitto era ancora più nero, la frustrazione, il senso di impotenza ancora più forte.

Poi ho capito, poi forse ho imparato.

Il mio Ego era smisurato, molto più delle mie capacità. Pensavo che avrei potuto da solo risolvere i problemi culturali, sociali, ambientali ed economici del Mondo Intero. Il mio Ego già sfrecciava nel cielo rosso intenso dell’alba di un nuovo mondo salvato da me e dai miei superpoteri. Che sensazione, che piacere, che adrenalina. Che bufala, cha cantonata. 

Notte dopo notte, mattina dopo mattina. Io ce la mettevo tutta ma proprio tutta, ma qualcuno mi lottava contro, qualcuno non mi permetteva di essere il salvatore del mondo. Avevo capito, erano i grandi ricchi della terra, e non solo. Era anche il mio vicino di casa, era chiunque, ma allora salvare il mondo per chi? La frustrazione era più forte, la rabbia e il rancore ancora di più. Io volevo salvare il mondo ma il mondo non si voleva far salvare da me. Quel mondo che volevo salvare era diventato il mio nemico. Vedevo solo il brutto di un Mondo che non valeva più la pensa di guardare, di salvare.

Le notti insonni erano sempre di più, il soffitto sempre più nero. Svegliarmi alla mattina non aveva più uno scopo, nei miei pensieri solo il sospetto su tutti, per tutto.

L’essermi messo al centro del Mondo, mi aveva reso paranoico con pensieri logici ma paranoici. All’inizio era un atto di energia, mi faceva sentire vivo, mi faceva sentire nel giusto. Mi faceva sentire il migliore. Poco a poco, queste sensazioni si sono logorate, hanno iniziato a diventare energie negative. 

Poi via Roma, il centro storico di Cuneo. Bellissimo appena ristrutturato. Io passeggio coi bambini. Mi sembra tutto perfetto, ma vicino al cestino una carta abbandonata per terra, mi chino, la raccolgo e la butto nel cestino. Non ci ho pensato, l’ho fatto, credo per mantenere quel quasi tutto perfetto. Non è stato uno sforzo, anzi, è stato in piacere. È stata energia positiva. In un istante Xander e Kiki fanno la stessa cosa. Non erravo d’accoro, non ci eravamo parlati, mi hanno visto e hanno agito. Abbiamo proseguito verso piazza Galimberti, senza parlare. Ricorrendoci, o a piccoli saltelli, sorridendo e ridendo. 

Quella cartaccia. Ho capito, forse ho imparato. Non dobbiamo essere al centro del Mondo, non dobbiamo avere la presunzione di salvare noi il Mondo da soli, Ma dobbiamo essere si al centro del Nostro Mondo, del Nostro Agire. Dobbiamo essere al centro della nostra vita.

Dobbiamo essere noi i primi a vivere la vita che vorremmo che tutti gli essere umani vivessero. Una vita basata sul rispetto, sulla responsabilità, sulla consapevolezza, sulla determinazione e perseveranza. Una vita basata sul coraggio, sull’apertura e sul dubbio. Sull’umiltà e la curiosità. Una vita basata sulla fiducia, sull’aiuto, sul collaborare per unire. Una vita basata sull’amore per noi stessi per primi, e poi per gli altri. Una vita basata sulle fare, sul cercare di essere esempio ispirante.

Mettersi al centro della nostra vita sapendo che non possiamo salvare da soli la vita di tutti i bambini che partono dai paesi in guerra dell’Africa centrale, ma che possiamo cercare di accogliere al meglio chi poi in Italia è riuscito ad arrivare. Anche solo con una carezza e un sorriso, se in quel momento non possiamo fare altro. Anche solo senza insultare e rimanendo nel dubbio che non siano loro la causa dei nostri problemi.

Mettersi al centro della nostra vita è tenere pulito il marciapiede davanti a casa nostra, magari con anche un pò di ostentazione, salutato di cuore i nostri vicini e i passanti. Sono sicuro, facendo così, molti prenderanno esempio e usciranno anche loro a pulire il loro pezzo di marciapiede. Lo so perché è quello che sta già succedendo.

Ho capito e forse ho imparato che piangersi addosso per la frustrazione di non essere al centro del Mondo, di non essere un super eroe, è la peggior cosa da fare, perché non agendo a nessun livello, nessuna delle grandi sfide che ci aspettano si risolverà.

Prima di scendere in piazza per contestare Bolsonaro per le politiche di deforestazione dell’Amazonia, chiediamoci se non siamo anche noi già causa di quella deforestazione, e soprattutto se non possiamo in qualche modo agire subito e velocemente per salvaguardare un pezzo di bosco più vicino a noi. Dopo, all’ora si, uniamoci ad altre persone e uniti mettiamo al centro del Mondo per salvarlo, per migliorarlo.

Ho capito, forse ho imparato che essere pragmatici vuol dire partire subito nel risolvere, dal migliorare le cose su cui si ha un controllo diretto, più vicine, per poi unirci ad altri per risolvere ed affrontare le grandi sfide, più lontane, più globali.

Ma soprattutto ho capito e ho imparato che non abbiamo più tempo da perdere, che già da adesso, da subito dobbiamo raccogliere le cartacce, pulire il nostro marciapiede, salutare con rispetto i nostri vicini per poi dare visibilità a Cop 25 di settimana scorsa perché i politici di tutto il Mondo si mettano insieme per firmare ma soprattutto per rendere operativi gli accordi ambientali. Ho imparato soprattutto che non dobbiamo fare queste cose solo nel weekend. Le dobbiamo fare sempre, ogni giorno. Deve essere il nostro modo di agire sempre.

Grazie Vita! Ti Amo VITA!

E se ci facessimo tanti selfie del Mondo

Quanto siamo preoccupati del nostro aspetto, dell’apparire bene. Quanta cura ci prendiamo del nostro essere, del nostro fare, del nostro avere. Del nostro sembrare.

E se ci facessimo selfie del nostro Mondo, e se iniziassimo a preoccuparci anche dell’aspetto del Nostro Mondo, del Nostro Pianeta. Se iniziassimo a considerarci non più solo un “io” ma iniziassimo a consideraci, a pensarci come il pianeta Terra. Se iniziassimo a pensare che siamo anche il Pianeta Terra, con tutto quello che è, con tutto quello che lo compone.

Il problema non è che ci facciamo troppi selfie, il problema è che continuiamo a farli fotografando solo la nostra faccia. Non siamo solo la nostra faccia, siamo anche la nostra faccia ma soprattutto siamo il Nostro Mondo.

Prendiamoci cura dell’aspetto del Nostro Mondo. Della Nostra Terra. Prendiamoci cura del suo essere, del suo avere, del suo fare.

Facciamo, agiamo perchè il nostro selfie anche del Mondo possa essere ogni giorno migliore.

Grazie Vita! Ti Amo Vita!