Pace e direi anche amore

Chiesa di Spinetta – Cuneo – Ore 11.40

“Scambiatevi un segno di Pace”

“Pace”, un sorriso, occhi negli occhi. “Pace”, un altro sorriso, altri occhi negli occhi… dentro il calore, quasi mi perdo, rimango stupito, mi illumino. Mi sento forte, non mi sento più solo, mi sento a casa.

La forza della comunità. Non sono propriamente cattolico, non mi definisco cattolico. Credo nel messaggio del Vangelo, nella Parola di Cristo. Forse per questo oggi ero più attento, oggi ho cercato di capire il vero senso.

Con questi occhi, oggi ho ritrovato il calore, l’energia di una comunità. Il tramite è stata Carla, parte importante della mia vita. I suoi sono stati i primi occhi che mi hanno accolto in reparto nove anni fa. Occhi che mi hanno consolato, aiutato, fatto ridere. Dato energia per sopportare le cure, ma soprattutto per non farmi sentire solo.

Occhi che oggi sono stati il tramite per trasmettermi il calore della comunità della parrocchia di Spinetta.

La forza della comunità, che oggi ho riprovato, e che è stata, è l’energia che negli ultimi 15 anni è stato il valore di Lurisia.

Oggi ho veramente capito la forza della comunità.

Dobbiamo trovare, ritrovare, creare la nostra comunità. Vivere la nostra comunità. Poi guardandosi negli occhi, sorridendo, diciamo col cuore “pace e amore”, e sarà il Mondo che vorrei.

#feliciani #giàilmondochevorrei #italiasipuofare

Stelle e Felicità

Vorrei che nei miei occhi ci fossero sole stelle. No, ne sarei accecato.

Abbiamo bisogno anche del nero più nero dell’universo per apprezzare la luminosità delle stelle, il nostro sguardo cerca le stelle percorrendo l’oscurità.

Così è la vita. Non possiamo essere sempre felici, ne saremmo assuefatti, ma dobbiamo usare il dolore, la tristezza come vie per la felicità.

Una boccata d’aria pura @BLiveWorld (Amare, Creare, Fare e Aiutare)

Ne avevo proprio bisogno, avevo bisogno di belle energie, di belle persone con cui parlare, condividere e capire. I ragazzi di B-Live @bliveworld e Il Bullone. Lascio ai loro siti spiegarvi chi sono.

Capirci, intenderci è stato facile. Le loro parole sono state subito “Un Mondo Migliore”, “Condividere”, “la malattia come illuminazione” ma soprattutto “Essere, Credere e Vivere”.

L’obiettivo dell’incontro era un’intervista sui Feliciani per il loro mensile “Il Bullone”, il risultato per me è stato un confronto di ulteriore crescita, di aumento della consapevolezza. Una serie di spunti di riflessione e approfondimenti.

Verso la fine mi hanno detto e chiesto “Quali sono le tue parole? Le nostre sono Essere, Credere e Vivere in un mondo migliore”.

La potenza di queste parole, non averne di mie, mi ha stordito, fatto perdere il filo. Ho abbozzato un Fare, Credere o forse ho detto Creare e Vivere. Le loro sono state parole seme, che mi sono entrate dentro e che sono sicuro diventeranno germoglio e poi albero e fiore. Già sotto la doccia hanno iniziato a farmi riflettere.

Le mie parole di adesso sono:
Amare, per me la cosa più importate. Amare la vita, che vuol dire amare tutto, partendo da noi, dall’amare la nostra vita. Dall’amare qualsiasi cosa della nostra vita, sia le cose belle sia quelle meno belle.
Creare, credo che siamo nati per creare, per generare, per fare e realizzare. Creare, generare è il nostro legame con le leggi della natura, del nostro mondo. L’evoluzione è la generazione di cose nuove. La nascita di cose nuove. Noi nasciamo, la nostra vita si crea con la nascita. La scintilla del nostro essere è la generazione della nostra vita. Noi siamo creazione, noi siamo generazione e noi dobbiamo generare, creare.
Fare, è lo strumento del creare. È attraverso il fare che ci realizziamo, è attraverso il fare che realizziamo la nostra vita.
Aiutare, non c’è fare più nobile di quello per aiutare gli altri, del prendersi cura degli altri. Aiutare è essere parte di una comunità. di un sistema. Essere parte dell’universo.

Nasciamo per amare la vita. Realizziamo la vita creando e facendo del bene.

Grazie ragazzi, voi siete Già Un Mondo Migliore, già il Mondo che vorrei. Siete ispirazione.

#giàunmondomigliore #bliveworld #blivers #ilbullone #feliciani #esserecrederevivere #amarecrearefareaiutare

Gramellini, oggi non sono d’accordo (avrei scritto deluso)

No, non è così Gramellini. Ha ragione Nadia, è così che deve essere. Lo so, l’ho provato, lo provo. La forza della rabbia per quello che mi è successo. Una rabbia che posso sfogare solo nella lotta per un Mondo più felice. No Gramellini, non sono d’accordo.

Oggi Il Caffè di Gramellini sul Corriere parla su e di Nadia Toffa. Il titolo è “Nadia e gli altri”. Ero curioso, voglioso, di leggere l’arguzia di Gramellini, la sua capacità di dare un’altra lettura più profonda, più vera.

(Qui per leggere l’articolo)

Non sono d’accordo. Avrei scritto deluso, ma sarebbe stato troppo facile. Gramellini scrive qualcosa che non penso, che è l’opposto di quello che penso. È uno sforzo, quasi ipocrita, ma se avessi scritto deluso, non mi sarei lasciato la possibilità di confrontarmi in modo aperto col suo pensiero.

Le sue parole mi hanno fatto male, mi hanno fatto sentire un po’ più solo nella mia lotta e un po’ più lontano dalla mia meta.

No Gramellini, molte volte è più facile arrendersi. Bisogna sempre tentare, avere fiducia di poter fare e la volontà fa la differenza. Soprattutto se non è la prima volta che si prova, soprattutto se hai già fallito. Soprattutto se è la tua vita ad aver fallito.

Non basta la volontà, ci vuole anche culo (fortuna), ma per una persona che ha sofferto, che soffre, per una persona che il culo è stata la sfiga, è difficile accettare, sopportare persone che si arrendono. Non basta la volontà, ma senza volontà non si ottiene niente. Senza la convinzione di poter arrivare, non si arriva.

Sono sicuro che Nadia voglia solo aiutare le persone ad aver consapevolezza del valore del dono che hanno ricevuto. Il dono della vita. La consapevolezza che questo dono non va sprecato, perché è un dono a tempo. Un dono che scade, finisce. Perché prima o poi dobbiamo morire. Fa paura questa parola, ma è questa parola che da valore e senso alla Vita. Che da valore e senza al messaggio di Nadia.

No Gramellini, le tue parole mi hanno fatto male. In un Mondo di scuse, di giustificazioni, di colpe sempre degli altri. In un mondo senza responsabilità proprie, le tue parole sono altre scuse, altre giustificazioni per non prendersi la responsabilità di essere noi la soluzione ai nostri problemi. A essere noi i fautori del nostro destino. Non è facile. È una lotta, è fatica, è sofferenza e dolore.

Si Gramellini, è proprio grazie alla volontà, alla consapevolezza del valore della nostra vita che si possono superare i limiti del nostro carattere, del nostro DNA. Non è solo Nadia e gli altri, non è solo io e gli altri. Siamo anche noi, siamo anche Comunità dove gli uni si prendono cura degli altri. Dove gli uni possono essere esempio per gli altri. Nadia è questo.

Si Gramellini, non tutto è nelle mani dell’uomo ma quello che io posso fare per me stesso lo posso fare solo io. La responsabilità di farlo è mia e Nadia mi ha aiutato a esserne ancora più consapevole.

Fossimo un mondo di Lego

Fossimo come i Lego. Dove il valore è la capacità di unire pezzi diversi per creare cose stupende e meravigliose. Dove lo sforzo è cercare l’incastro, non le diversità. Dove il divertimento non è quello che si è costruito, ma il bello di costruirlo.

Quella magia che parte dal vedere tutti i pezzi separati, diversi e confusi fra di loro, che poi diventano una visione, un obiettivo da raggiungere, una cosa da fare, da realizzare. Una cosa diventa unica e imprescindibile da tutti i pezzi che la compongono.

Cosi vorrei che fosse il nostro Mondo, cosi deve essere il nostro Mondo. Cosi è già il nostro Mondo.

Siamo tutti pezzi di Lego, tutti diversi fra di noi. Tutti di colori e forme diverse. Troviamo nell’obiettivo di costruire un Mondo ancora Migliore la nostra capacità di stare insieme, di unirci. Di costruire insieme qualche cosa di meraviglioso.

Apriamo le scatole, mischiamo i pezzi e iniziamo a divertirci.

La fortuna di sentirmi sbagliato

La vedo. È andata, non riesco più a vederla. Mi sforzo, lo so che era lì. Cerco, mi concentro, ma è peggio. Più la cerco, più mi concentro e meno la vedo. È l’idea che sto cercando, è l’idea che mi serve. Sono sicuro che c’è. L’ho vista, è stato un flash. Era la soluzione al problema. Era chiara, limpida e risolutiva. Quando l’ho vista è stata un’illuminazione, in quell’istante tutto era chiaro, la soluzione era li, ma poi è andata. Mi sono perso. Lo so che è andata e non tornerà. Devo ricominciare da capo, è sempre cosi.

Sono dislessico, la mia mente funziona così. Tutto deve essere il risultato di un ragionamento. Se il processo è semplice nessun problema, mi è facile trovare la soluzione e tenerla. Più aumentano le variabili, più aumenta la complessità, più il mio processo di ragionamento si fa complicato, di valore e più diventa difficile tenere tutto insieme nella memoria. So di avere la capacità di lavorare nel complesso, di processare diverse possibili soluzioni in parallelo e trovare la migliore. Risolvere i problemi complessi è una delle capacità dei dislessici. Il problema è ricordarle. Quando arriva la soluzione se non la scrivo, la perdo e non la ritrovo più. Che siano istanti, minuti, giorni o mesi, alla fine la perdo. È frustante.
Una mente che non riesce a lavorare con la memoria, con le informazioni già acquisite, con l’esperienza. Tutte le volte è come se fosse la prima volta. So che funziona così, sto imparando ad accettarlo.

La vedo, l’ho presa, è chiara. La evolvo, ci rifletto. Più ci penso e più è lucida, cristallina e illuminante. È geniale. È li scolpita nella mia mente. Non posso perderla. La rivedo, per essere sicuro di averne tutti i pezzi. È una visione chiara. Problema, processo e soluzione. È felicità, è l’appagamento dello sforzo.
Sto guidando, sto leggendo, sto facendo la doccia. È l’intuizione che cercavo. Ripercorro il problema, il processo e la soluzione. È talmente evidente che non posso dimenticarla.

È successo ancora, sono passato al pensiero successivo, e già non la vedo più. Come può essere. Era tutto chiaro, ero sicuro che questa volta l’avrei ricordata. Mi serve. La intravedo, sento la sensazione di prima, di quando era arrivata, ma è meno lucida e la sensazione diventa sconforto è lei si allontana. Non la vedo più. Ci provo, ma è sempre peggio. Non è più felicità, è paura di averla persa. È la delusione di averne persa un’altra. È la sensazione di essere sbagliato. La delusione. Cosa serve avere idee che non ricordo, concetti e soluzioni che sono un lampo che illumina a giorno la mia mente ma che poi torna la notte. Torna il buio. Sono stanco di questa cosa.

No ho ricordo di nozioni imparate nella mia lunga formazione scolastica. Ricordo di aver fatto storia, geografia, ragioneria, francese, programmazione, spagnolo, macroeconomia, microeconomia, diritto privato, diritto pubblico e le altre materie che non ricordo. Non ricordo i nomi degli insegnati, di molti compagni. Sono sempre stato promosso, ho superato tutti gli esami e mi sono laureato, ma non ricordo quello che ho imparato.

È difficile, fa soffrire, molte volte mi sento sbagliato, per molto tempo mi hanno fatto sentire sbagliato, ma la reputo una fortuna. Soprattutto in questo nuovo Mondo.

In questo nuovo Mondo del tutto in movimento, del tutto che cambia ed evolve. Un Mondo che riscrive ogni giorno le regole, che cancella il passato per costruire il futuro. In questo Mondo essere dislessici è una fortuna.

In un Mondo che ha bisogno di persone che pensano in un modo nuovo, svincolato delle convinzioni del passato, dalle credenze del passato. Essere dislessici è una fortuna.

Parlo di nozioni, regole, credenze e convinzioni. Non di emozioni, sentimenti e amore, questi sono scolpite nel cuore, non nella mente.

Se il mio credo è la consapevolezza di non sapere. Se la mia risposta alle grandi domande è che sono ancora troppo ignorante per capire, allora sono veramente fortunato a essere dislessico.

La mia consapevolezza di non sapere è anche il mio valore di cercare di capire, di imparare sempre, di aprirmi alle idee degli altri, di ascoltare gli altri.

Non è facile, è faticoso e alcune volte doloroso, ma è la mia fortuna.

ps: sono sicuro che prima o poi un dislessico riuscirà a tenere la sua idea geniale e svilupperà una tecnologia che risolverà definitivamente il problema della memoria ai dislessici. In attesa di quel momento io mi aiuto con la registrazione vocale dello smartphone.

Facciamo del nostro vivere Arte

L’Arte più bella, che sia musica, dipinto, scultura, parte sempre dalla materia. Parte dallo strumento, dal colore, dalla pietra. Materia che si trasforma in armonia, l’energia del bello che emoziona.

Usiamo, partiamo dal nostro essere corpo, essere materia per creare armonia, bellezza e generare amore.

Facciamo del nostro vivere Arte.

L’Arte dell’amare la vita, amare quel che facciamo, per crea bellezza. Bellezza che è energia che raggiunge l’altro, gli altri, che è legame con l’altro, con gli altri.

Senza armonia, senza bellezza, senza amore non c’è legame. Senza armonia, senza bellezza, senza amore siamo soli.

Anche questo mi ha insegnato il libro “Il coraggio di essere liberi” di Vito Mancuso

 

 

La salita

Il passo è buone, il ritmo è buono. Il fiato c’è. Siamo a 10 metri dalla partenza, sono davanti io, i bambini sono dietro. Sono preoccupato, ma felice. 

Sono due settimana che esco tutte le mattine. Faccio l’anello di Lurisia a piedi per farmi un po’ di fiato. Già che ci sono raccolgo anche le cartacce. Sono circa 3 km, la metà in discesa, la parte facile, l’altra metà in salita, la parte quasi impossibile. Tutto condito dal su è giù per raccogliere. I primi giorni molto difficile, l’ultimo pezzo di salita un incubo. Poi con meno spazzatura da raccogliere, quindi meno abbassati e alzati, e forse un po’ più di fiato, solo difficile.
La situazione è la solita. Emoglobina fra 10 e 11, deficit respiratorio al 30%. Ma le scarpe da tennis non lo sanno. Raccogliere la spazzatura mi ha aiutato un sacco, mi ha distratto, mi ha fatto sentire meglio e dato un senso un po’ più civico alla camminata. A metà della risalita, con la scusa del caffè e delle due chiacchiere, prendevo fiato al bar.

Pensavo di essere pronto.

Rallento, mi manca il fiato. Non voglio fermarmi, ho paura di non ripartire. Non voglio fermarmi, non voglio che i bambini mi vedano così. Altri 10 metri di salita e poi vediamo. Se rallento il passo, ci arrivo. Sono preoccupato. Non voglio che gli altri inizino a chiedermi se va tutto bene, se voglio che mi portino lo zaino. Non voglio che i bambini mi vedano sconfitto da una salita che loro fanno correndo e urlando. 

Lo so, o meglio, dovrei saperlo, le mie condizioni sono particolari. Esami del sangue sballati, chimica a chili e quasi 10 anni che non faccio niente. Ma io amo la montagna, amo le passeggiate in montagna. Voglio che i bambini si ricordino di queste passeggiate insieme. A loro poi la scelta se amarle.
Voglio che si ricordino del bosco, del prato, del panorama, del ruscello. Non voglio che si ricordino della mia fatica.

Perché l’ho fatto? Perché mi sono illuso di poterlo fare, perché non voglio essere realistico? Perché? 
Non ho più fiato. I passi sono lenti, gli occhi confusi, l’andatura traballante. Il cuore batte in testa e nelle orecchie. Ho paura. Non c’è più il bosco, ci sono solo immagini del passo successivo, il panico di collassare. La mente cerca il dopo. Chiama l’ospedale più vicino, l’elisoccorso, ma soprattutto i bambini spaventati. Le cose da dirgli per calmarli, per dargli sicurezza di un padre, di un padre come gli altri. 
Mi fermo, mi appoggio, prendo fiato. Torna un po’ di lucidità. Prima o poi arrivo.

È stato così anche ieri, perché ci sono ricascato oggi? Perché non imparo? Tutti avrebbero capito, sono loro che me lo suggeriscono, che me lo chiedono. Dai oggi facciamo qualcosa di tranquillo, niente salite. Lo dicono col cuore.
Non prendetemi in giro, le mie salite non sono quelle per arrivare in cima a una montagna, sono quelle che gli altri papà fanno con i figli e lo zaino sulle spalle.
Loro non c’entrano, è la mia ostinazione.

Odio tutti, chi è venuto con me e mi vede cedere, chi non mi ha costretto a non partire, ma soprattutto odio me, odio come sto. Odio cosa mi è successo.

Senza fiato, col cuore in gola, con la vista appannata, con la vergogna del fallire, mi trovo nudo davanti alla mia realtà. Quella realtà che combatto tutti i giorni, quella realtà con cui lotto tutti i giorni perché sia diversa. Quella realtà che anche adesso non riesco a dire.
Quasi tocco il fondo. Quasi crollo.

Sono arrivato. Ci sono riuscito. Ho ancora paura, ma è finita. Respiro, mi calmo. Torna il bosco, il prato, il lago, tornano le voci dei bambini. Mi tolgo lo zaino, mi siedo per terra, bevo. Tutto bene. 

Scatto due foto, ma non vengono bene. Voglio una panoramica. Mi guardo in giro, ecco, da la verranno benissimo. Mi alzo e prendo quel sentiero. È in salita.

Questa mi piace.

Nella fotografia originale, ingrandendola, si vedono i bambini che giocano in riva al lago, con loro ci sono gli amici che in questa estate di salite mi hanno accompagnato, sopportato, ma soprattutto aiutato a vivere la realtà che voglio. Persone speciali che amo, che battono nel mio cuore. Che sono state quel qualcosa che mi ha permesso di non toccare mai il fondo, che mi hanno permesso di non crollare a metà della salita, a meta della mia vita. Persone che durante la salita ho odiato, come ho odiato me. Persone che in cima alla salita ho amato.

Questa estate con le sue salite mi ha insegnato ancora una volta, che la differenza sono sempre le persone che ci circondano.

Siamo come alberi nel bosco.

Non siamo cani, non abbiamo razze (titolo provocatorio)

La scienza ha dimostrato che non esistono diverse razze di esseri umani. Inizialmente erano 5 ma quattro si sono estinte milioni di anni fa, ed è rimasta solo la nostra*.

Facciamo tutti parte della stessa razza, con delle normali varianti. La scienza ha dimostrato, anzi, che geneticamente c’è più differenza fra i diversi europei che fra un europeo medio e un africano medio.

Le differenze visive che vediamo sono adattamenti della stessa razza al clima e all’ambiente. Nasi più piccoli per difenderci dall’aria fredda, pelle più scusa per difenderci dal sole.

Essere razzisti vuol dire essere ignoranti, vuol dire ignorare che facciamo parte tutti della stessa razza.

I cani hanno diverse razze, con forti differenze genetiche. Gli esseri umani no.

Prendiamone consapevolezza. Facciamo tutti parte della razza umana.

Esistono sì, culture diverse, idee diverse e comportamenti diversi.

Esistono sì, esseri umani che si fanno guidare dall’odio, dalla rabbia e dal rancore, e altri che usano il rispetto, il dialogo e fanno dell’apertura di pensiero il loro valore.

Esistono sì, esseri umani che scelgono di non odiare ma di amare, che scelgono il coraggio di conoscere, di condividere.

La vera differenza fra gli esseri umani è fra chi ha paura e si difende con l’odio e invece chi ha deciso di superare la paura col coraggio e agisce con amore.

Se siete arrivati fino a qui, vi consiglio di vedere questo video:

https://youtu.be/WD_oqdhcrzA

#capirepercrescere #leggereeascoltarepercapire

*Focus e non solo, ma senza leggere, ascoltare e soprattutto cercare di capire e scoprire, il mondo sarà sempre e solo quel piccolissima porzione che vediamo.