Le Aspettative, Obiettivi ed essere al centro delle nostre scelte

Cari Xander e Kiki,
capita che programmiamo la nostra vita sulle aspettative. Scegliamo la scuola superiore per l’aspettativa di un lavoro ricco di soddisfazioni e soldi, ci sposiamo per l’aspettativa di una vita felice e piena d’amore. Scegliamo in base alle aspettative.
Quindi le aspettative sono un elemento molto importante nella nostra vita, direi quasi fondamentali. Basiamo molte delle scelte più importanti della nostra vita, proprio sulle aspettative, ma cosa sono le aspettative?
Visto la loro importanza, è giusto farsi questa domanda. Il Dizionario Garganti scrive: “quello che ci si aspetta”, ed è proprio così, le aspettative sono quello che “aspettiamo” che succeda. Ovviamente le aspettative normalmente sono positive, tutti vorremmo che le conseguenze delle nostre scelte siamo cose positive per noi. Passiamo molto tempo a pensare alle aspettative delle nostre scelte, anzi molte volte diamo più importanza all’aspettativa che alla scelta stessa. Questo succede spesso nel matrimonio, ci sposiamo già proiettati nell’aspettativa di ritrovarci con il nostro compagno, mano nella mano, a ottant’anni a godere di un tramonto spettacolare su una spiaggia tropicale. Vi ritrovate? Io si.
Ma attendere, aspettare è non fare, è non agire. Se basiamo le nostre scelte sulle aspettative, vuol dire scegliere e aspettare che qualche cosa, che qualcuno agisca per noi, per dare un risultato positivo alle nostre scelte. Aspettare vuol dire, proiettare il nostro qui e ora nel futuro, senza azione.
Per me, questo non funziona perché vuol dire delegare la nostra vita, vuol dire non vivere, sperare non mettendosi al centro, facendo passare il tempo in modo passivo senza agire.
Le scelte devono essere fatte per un obiettivo, non per un’aspettava. Scegliere per un’ obiettivo, vuol dire anche definire le azioni necessarie per raggiungerlo. Le azioni sono il fare, fare noi, agire noi per la nostra vita. Definire un obiettivo, implica il definire il tempo di realizzazione. Scelgo una scuola perché voglio, entro qualche mese dal termine, lavorare in un determinato campo, e finito la scuola agisco perché questo succeda. Scelgo di stare con una persona perché ho l’obiettivo di essere felice qui e ora, da subito, nel presente, con quella persona e ogni giorno faccio qualche cosa io perché questo avvenga.
Vivere sulle aspettative, per me, vuol dire non vivere nel presente, vuol dire portare la nostra realtà nel futuro e li rimanere attaccati alle belle emozioni legate all’ aspettative positive, con il rischio, certezza, che a un certo punto realizziamo di non aver veramente vissuto, e li nascono i problemi.
Regola: Non scegliamo per le aspettative, scegliamo per i nostri obiettivi e agiamo con il fare per raggiungerli. Dobbiamo essere noi i protagonisti della nostra vita.
Cari Kiki e Xander vi voglio bene. Siete la cosa più bella della mia vita.

Il tranello delle aspettative

Capita che programmiamo la nostra vita sulle aspettative. Scegliamo la scuola superiore per l’aspettativa di un lavoro ricco di soddisfazioni e soldi, ci sposiamo per l’aspettativa di una vita felice e piena d’amore. Scegliamo in base alle aspettative.
Quindi le aspettative sono un elemento molto importante nella nostra vita, direi quasi fondamentali. Basiamo molte delle scelte più importanti della nostra vita, proprio sulle aspettative, ma cosa sono le aspettative?
Visto la loro importanza, è giusto farsi questa domanda. Il Dizionario Garganti scrive: “quello che ci si aspetta”, ed è proprio così, le aspettative sono quello che “aspettiamo” che succeda. Ovviamente le aspettative normalmente sono positive, tutti vorremmo che le conseguenze delle nostre scelte siamo cose positive per noi. Passiamo molto tempo a pensare alle aspettative delle nostre scelte, anzi molte volte diamo più importanza all’aspettativa che alla scelta stessa. Questo succede spesso nel matrimonio, ci sposiamo già proiettati nell’aspettativa di ritrovarci con il nostro compagno, mano nella mano, a ottant’anni a godere di un tramonto spettacolare su una spiaggia tropicale. Vi ritrovate? Io si.
Ma attendere, aspettare è non fare, è non agire. Se basiamo le nostre scelte sulle aspettative, vuol dire scegliere e aspettare che qualche cosa, che qualcuno agisca per noi, per dare un risultato positivo alle nostre scelte. Aspettare vuol dire, proiettare il nostro qui e ora nel futuro, senza azione.
Per me, questo non funziona perché vuol dire delegare la nostra vita, vuol dire non vivere, sperare non mettendosi al centro, facendo passare il tempo in modo passivo senza agire.
Le scelte devono essere fatte per un obiettivo, non per un’aspettava. Scegliere per un’ obiettivo, vuol dire anche definire le azioni necessarie per raggiungerlo. Le azioni sono il fare, fare noi, agire noi per la nostra vita. Definire un obiettivo, implica il definire il tempo di realizzazione. Scelgo una scuola perché voglio, entro qualche mese dal termine, lavorare in un determinato campo, e finito la scuola agisco perché questo succeda. Scelgo di stare con una persona perché ho l’obiettivo di essere felice qui e ora, da subito, nel presente, con quella persona e ogni giorno faccio qualche cosa io perché questo avvenga.
Vivere sulle aspettative, per me, vuol dire non vivere nel presente, vuol dire portare la nostra realtà nel futuro e li rimanere attaccati alle belle emozioni legate all’ aspettative positive, con il rischio, certezza, che a un certo punto realizziamo di non aver veramente vissuto, e li nascono i problemi.
Regola: Non scegliamo per le aspettative, scegliamo per i nostri obiettivi e agiamo con il fare per raggiungerli. Dobbiamo essere noi i protagonisti della nostra vita.

Vivere vuol dire emozionarsi

Cari Xander e Kiki,

Una delle considerazioni che maggiormente mi ha cambiato il modo di vedere le cose, di vedere la mia vita e il mondo, è l’evidenza che noi viviamo a emozioni. Belle emozioni come la felicità, la soddisfazione, la realizzazione, l’eccitazione, la serenità, l’amore. Emozioni neutre, come l’apatia, la noia e brutte emozioni come la tristezza, la rabia, la sofferenza, la delusione, l’odio.
Provate ad andare nella vostra memoria, troverete dei ricordi associati a immagini ma soprattutto associati a emozioni. Immagini che vi riporteranno a delle emozioni belle, brutte o neutre. Provate ad andare anche nel vostro futuro, quando pensate a cosa potrà accadere, immaginate sempre delle situazioni legate a immagini ed emozioni. 
Vivere nel presente, nel qui e ora, vuol dire vivere nell’emozione del momento. Tutto quello che noi consideriamo mondo reale, le cose che ci circondano, le persone con cui parliamo e interagiamo, alla fine si traducono in momenti di emozione per noi. 
La vita è un susseguirsi di emozioni.
I nostri 5+1 sensi raccolgono le informazioni dal mondo esterno, il cervello le elabora e le trasforma in emozioni.

Se vivere, vuol dire emozionarsi, per quanto mi riguarda, ho deciso che voglio vivere belle emozioni. Voglie essere felice e cercherò nel mondo esterno a me quelle cose che saranno strumento per la mia felicità. Già la consapevolezza di essere vivo è un’evidenza oggettiva che diventa strumento di felicità.

Kiki e Xander siete la cosa più bella della mia vita, vi voglio bene!!!

Vivere vuol dire emozionarsi…

Una delle considerazioni che maggiormente mi ha cambiato il modo di vedere le cose, di vedere la mia vita e il mondo, è l’evidenza che noi viviamo a emozioni. Belle emozioni come la felicità, la soddisfazione, la realizzazione, l’eccitazione, la serenità, l’amore. Emozioni neutre, come l’apatia, la noia e brutte emozioni come la tristezza, la rabia, la sofferenza, la delusione, l’odio.
Provate ad andare nella vostra memoria, troverete dei ricordi associati a immagini ma soprattutto associati a emozioni. Immagini che vi riporteranno a delle emozioni belle, brutte o neutre. Provate ad andare anche nel vostro futuro, quando pensate a cosa potrà accadere, immaginate sempre delle situazioni legate a immagini ed emozioni.
Vivere nel presente, nel qui e ora, vuol dire vivere nell’emozione del momento. Tutto quello che noi consideriamo mondo reale, le cose che ci circondano, le persone con cui parliamo e interagiamo, alla fine si traducono in momenti di emozione per noi.
La vita è un susseguirsi di emozioni.
I nostri 5+1 sensi raccolgono le informazioni dal mondo esterno, il cervello le elabora e le trasforma in emozioni.

Se vivere, vuol dire emozionarsi, per quanto mi riguarda, ho deciso che voglio vivere belle emozioni. Voglie essere felice e cercherò nel mondo esterno a me quelle cose che saranno strumento per la mia felicità. Già la consapevolezza di essere vivo è un’evidenza oggettiva che diventa strumento di felicità.

Mettersi al centro della propria vita.

Cari Xander e Kiki,
quello che scrivo qui sotto è successo veramente…

 

12 aprile 2015
Dai, fatta!!! 
Che male, cavolo si è rotta la spalla, senti come brucia. Non riesco a muoverla. Adesso ci dobbiamo tirare su, non abbiamo fiato. Stendi il braccio, allunga la mano, prendi la corda con il fiocco arancione. Se non ci raddrizziamo, non ci tirano giù. Cxxxo che male. Perché l’abbiamo fatto.
Anche questa è fatta, adesso passa il male. Ancora 2 centimetri e prendiamo la corda… fatto. 
Che male, la spalla è sicuramente rotta.
Goditi che ce l’abbiamo fatto, adesso ci tirano giù. Per il braccio vedremo. Ok, salvi. 
Cxxxo, sbrigati a toglierci l’imbragatura che vogliamo muovere il braccio e alzaci in piedi… proprio a noi doveva capitare l’apprendista con l’istruttore. Dobbiamo anche fare la facci di chi si è divertito.
Ce l’abbiamo fatta!!!! Goditi quello, non è da tutti. Abbiamo superato la paura di buttarci.
Cxxxo dici. Adesso goditi tu la scarpinata nel bosco per tornare su. Con i tuoi polmoni non arriveremo mai al ponte, pensa che figura di mxxxa quando arriverà quello dopo e ci vedrà svenuti nel bosco… che coxxxxni. Ottimo lavoro, complimenti.
La smetti! Volevamo, dovevamo farlo e l’abbiamo fatto. Ne avevamo paura, abbiamo affrontato la paura con il coraggio e ci siamo buttati. 
E… e cosa abbiamo dimostrato? Adesso abbiamo sicuramente una spalla rotta, non riusciremo a salire fino al ponte senza svenire, chiameremo Yara a Houston, e le diremo: “lo so che già ti sei incazzata perché settimana scorsa mi sono buttato con il paracadute senza dirti niente ed è andata bene. Oggi invece mi sono buttato dal ponte, bellissimo, ma… mi sono rotto una spalla.” e lei, giustamente, ci insulterà, ricordandoci la nostra responsabilità sui bambini.
Abbiamo dimostrato che le paure ci sono ma si possono affrontare con il coraggio, abbiamo dimostrato che i nostri limiti arrivano dalle nostre paure e che per superarli dubbiamo avere il coraggio di farlo.
E una spalla rotta, il casino che adesso dovremo affrontare con tutti? Per arrivare a casa dobbiamo fare 200 chilometri, ma con la spalla rotta come facciamo? 
Chi ha detto che la spalla è rotta? Fa male ma forse si è solo slogata o stirato il muscolo. A casa ci arriviamo, abbiamo le marce automatiche e useremo il sinistro, se ci farà ancora male la spalla andremo al pronto soccorso. Goditi l’aver fatto una cosa speciale e passo dopo passo arriveremo al ponte, poi alla macchina e alla fine a casa.
Lo sai che tutti diranno che abbiamo fatto una caxxata, Yara, la Mamma, molti in ufficio non lo diranno ma lo penseranno. Hanno ragione, alla nostra età cosa dovevamo dimostrare? Abbiamo due figli bellissimi e noi abbiamo rischiato la nostra vita per cosa? Siamo dei coxxxxxni.
E’ tutta la vita che decidiamo cosa fare e cosa non fare, pensando a cosa dicono e pensano gli altri di noi. Stiamo facendo questa cosa, proprio perché abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita, decidere noi per noi. Ricordi? 
Siamo stati un bravo figlio, un bravo marito, un bravo capo, perché abbiamo sempre deciso per quello che gli altri si aspettavano da noi. Non volevamo deluderli, guidavamo la nostra vita secondo i loro valori. Ricordi? 
Ci abbiamo messo 43 anni a capirlo ma adesso lo abbiamo capito. Non voglio passare il resto della mia vita a buttarmi dai ponti, questo è un momento di rottura, soprattutto per imparare ad affrontare le paure con il coraggio, le paure che la malattia ci ha lasciato, ma anche perché dobbiamo fare quello che vogliamo “noi”, dobbiamo metterci al centro della nostra vita, anche se in questo momento con scelte estreme.
Non vuol dire egoismo, tutt’altro, vuol dire consapevolezza che nessuno può veramente decidere per il nostro bene, perché nessuno ci conosce veramente. Non ci conosciamo noi, come possiamo pensare che ci conosca qualcun altro. Conoscerci, nel senso di sapere cosa ci fa veramente felice. 
Chi scegli per noi, usa i suoi valori, usa i suoi parametri per decidere cosa è bene e male per noi ma i suoi parametri non sono i nostri.
Oltre al fatto che comunque qualsiasi cosa abbiamo fatto non è mai andata bene veramente agli altri. Per gli altri, non siamo stati un bravo figlio, un bravo marito e un bravo capo quanto avrebbero voluto. Perché le persone valutano i fatti degli altri, le proprie intenzioni e vorrebbero un mondo perfetto. Lo facciamo anche noi ma ne abbiamo preso coscienza e cerchiamo di superare anche questo limite delle intenzioni e fatti.
Ma perché lo vuoi fare? Perché vuoi metterci al centro? Io stavo bene in quella vita, anzi, abbiamo vissuto senza porci il problema della scelta. Sceglievamo in base a quello che volevano e si aspettavano gli altri da noi. Decidere è difficile e se lo facciamo noi, dobbiamo anche assumerne la responsabilità. Quando le cose andavano bene, eravamo tutti felici e quando andavano male, avevamo anche la bella scusa che non era colpa nostra ma di tizio o caio che “ci aveva fatto scegliere quella cosa”. Facile, nessuna fatica nello scegliere, nessuna responsabilità e in più facevamo anche felici gli altri.
Ok, se ti va bene non vivere, ma la malattia ci ha fatto capire, con l’evidenza che dobbiamo morire, che siamo nati per vivere e vivere vuol dire scegliere e fare, scegliere per noi e fare. Se non scegliamo per noi, vuol dire non vivere la nostra vita ed è quello che noi abbiamo deciso di non volere. 
Sì, prima era molto più facile, vivere senza scegliere per noi è molto più facile. Ci evita di capire veramente cosa vogliamo dalla nostra vita e soprattutto ci toglie la responsabilità della scelta fatta. E’ quello che fanno moltissime persone. Scelgono secondo quello che è giusto per la società, giusto per gli altri, senza riflettere su cosa vogliono veramente, e poi se le cose vanno male è colpa di qualcuno altro. Meglio di così? Zero fatica, zero responsabilità. Peccato che alla fine siamo tutti tristi, incazzati e demoralizzati. Peccato che alla fine non viviamo, ci lasciamo vivere… 
Gran bei discorsi, ma parliamo della spalla, della salita, del tornare a casa, di quello che dirà Yara e la Mamma. Non dovevamo buttarci! Io me lo sentivo che sarebbe andata male. Ci sarà stato un motivo se le ultime due cifre dei chilometri sul cruscotto, quando abbiamo parcheggiato, erano 1 e 3… 13, ci sarà stato un motivo se al posto di buttarci alle 12.30 come da programma, ci siamo buttati alle 13.20… 13. Tutto diceva che non dovevamo farlo. Ti ricordi la nostra vocina cosa ci ha detto quando l’istruttore ci ha detto “metti fuori le punte dei piedi” e noi abbiamo guardato giù? Ci ha detto “Alessandro cosa cxxxo stai facendo?” e noi che non l’abbiamo ascoltata e ci siamo buttati.
Non ci siamo schiantati, quindi è andato tutto bene. Ce l’abbiamo fatta. La spalla guarirà. Con calma, passo dopo passo, respiro dopo respiro, mettendoci tutto il tempo di cui avremo bisogno, saliremo fino al ponte. Lasceremo che Yara e la Mamma, e tutto gli altri, dicano quello che vogliono. Se ci vogliono bene e ascolteranno a cuore aperto i motivi per cui ci siamo buttati, ci capiranno e continueranno a volerci bene. Se non sarà così il problema è loro non nostro. Il discorso “dei segni”, del 13 e tutto il resto, è solo legato a quello a cui da attenzione il nostro cervello in determinati momenti. Ogni istante della nostra vita, veniamo sottoposti a milioni di informazioni e il nostro cervello decide di elaborarne ed evidenziarne solo alcune. Quando compriamo una macchina nuova, per qualche settimana non vediamo che quel modello, sembra che tutti abbiamo comprato la nostra stessa macchina. Quando ti nasce un figlio, camminando per la città vedi solo carrozzine e mamme in cinta. Tutto il mondo ha deciso di fare figli quando l’ho hai fatto tu. Non è così, è il nostro cervello che sta evidenziando solo determinate cose di tutto quello che vede. Se viviamo un momento di dubbio e paura, come quello che abbiamo vissuto prima di lanciarci, il nostro cervello ci evidenzia tutta una serie di segni per spingerci a non fare quella cosa. Per lui la paura è sopravvivenza, è evitare un pericolo. Per questo che abbiamo bisogno del coraggio per sbloccare il nostro cervello e superare la paura. La paura è un valore positivo, per milioni di anni è stato il nostro strumento principale di sopravvivenza. Senza paura ci saremmo fatti sbranare dalle belve, ci saremmo bruciati con il fuoco e ci saremmo buttati dai dirupi… Il 13 è si un segnale, è il segnale che abbiamo paura di qualche cosa e che per superarla abbiamo bisogno del coraggio per farlo. Se affronti la vita con positività, ti accorgerai che il tuo cervello inizierà a evidenziarti un sacco di cose “fortunate”.
Sembra che la cosa più importante per te sia cosa dicono e pensano gli altri di noi? Lo so che abbiamo bisogno di una nostra identità sociale, che quello che dicono gli altri ha un peso su di noi ma prima di tutto ci deve interessare quello che NOI diciamo e pensiamo di NOIe solo dopo, ci deve interessare quello che gli altri dicono e pensano di NOI. La vita è la nostra. Abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita e lì dobbiamo restare. Accettiamo che gli altri possano pensare che stiamo facendo una cosa sbagliata ma andiamo avanti con le nostre convinzioni. Questo non solo per il fatto che ci siamo buttati da un ponte, questo per tutto quello che faremo nella vita.
 
Ti ricordi cosa abbiamo deciso qualche settimana fa? Abbiamo deciso che quello che facciamo e faremo, lo facciamo e faremo per cercare di dare un mondo migliore a Xander e Kiki. Abbiamo deciso di dedicare la nostra vita a questo. Il “nostro” agire qui e ora per “un mondo migliore per loro”. Per far questo abbiamo deciso di partire dal cercare di trasmettergli i nostri valori e sappiamo che se non siamo noi i primi ad applicarli, non saremo mai credibili e non potremo trasmetterli. Più che ascoltare, loro vedono cosa facciamo. Quindi non possiamo agire secondo i valori degli altri. Se vogliamo che siano felici, dobbiamo per primi noi ad agire per essere felici. Se vogliamo che decidano loro per la loro vita, e non seguano invece quello che gli dice la società, gli dicono gli amici e noi stessi, dobbiamo essere i primi noi a metterci al centro delle nostre decisioni. Ti ripeto, che mettersi al centro, decidere noi della nostra vita, non vuol dire essere egoisti, vuol dire decidere con i nostri valori, secondo quello che per noi è giusto e soprattutto prendendoci la responsabilità di quello che facciamo, mettendoci al centro del nostro cambiamento. 
Belle parole e nei fatti!
Direi che buttarsi da un ponte, possiamo definirlo un fatto o sbaglio? E guarda che siamo arrivati in cima al ponte, e siamo a due fatti. Quando arriveremo a casa, a tre.
Cambiare la nostra vita, vuol dire semplicemente cambiare un fatto dopo l’altro… il difficile è il primo passo e forse per noi è stato fregarcene della vocina che ci diceva “Alessandro che cazzo stai facendo!”

Regole:
-) Le paure sono positive per la nostra sopravvivenza ma anche un limite da superare. Super superare le nostre paure/limiti dobbiamo avere il coraggio di farlo. (vedi anche il post sulle paure)
-) Mettersi al centro della propria vita, vuol dire decide per noi con i nostri valori. Vuol dire non decidere per quello che gli altri credano sia giusto e utilizzando i valori degli altri;
-) Mettersi al centro non vuol dire essere egoisti, vuol dire prendersi la responsabilità della propria vita;
-) Con l’evidenza che dobbiamo morire, che la nostra vita ha un termine, dobbiamo prenderci la responsabilità di VIVERE, cioè di fare e di fare secondo quelli che sono i nostri obiettivi e il nostro fare. Vivere vuol dire scegliere e fare, sceglie noi per fare per un mondo migliore;
-) I segni di fortuna e di sfortuna sono solo i segni della realtà che ci sono sempre ma il nostro cervello decide di evidenziarci secondo il nostro umore. Se siamo positivi, se crediamo di poter fare quello che voglia, ci evidenzierà segni della fortuna. Se siamo negativi, se cerchiamo le cose negative, il nostro cervello ci evidenzierà i segni della sfortuna ma ci sono sempre entrambi;
-) Ci deve interessare prima cosa pensiamo e diciamo NOI di NOI e solo dopo quello che dicono e pensano gli altri di noi. Se noi crediamo veramente in quello che facciamo allora accetteremo anche gli agli altri pensino male di quello che facciamo, ma andremo comunque avanti per la nostra strada.
-) Cambiare la nostra vita, vuol dire cambiare solo un fatto dopo l’altro.

Kiki e Xander siete la cosa più importante della mia vita. Vi voglio bene.

Che male, cavolo si è rotta la spalla… (12 Aprile 2015 poco più di un anno fa)

12 Aprile 2015, poco più di un anno fa.

Dai, fatta!!!
Che male, cavolo si è rotta la spalla, senti come brucia. Non riesco a muoverla. Adesso ci dobbiamo tirare su, non abbiamo fiato. Stendi il braccio, allunga la mano, prendi la corda con il fiocco arancione. Se non ci raddrizziamo, non ci tirano giù. Cxxxo che male. Perché l’abbiamo fatto.
Anche questa è fatta, adesso passa il male. Ancora 2 centimetri e prendiamo la corda… fatto.
Che male, la spalla è sicuramente rotta.
Goditi che ce l’abbiamo fatto, adesso ci tirano giù. Per il braccio vedremo. Ok, salvi.
Cxxxo, sbrigati a toglierci l’imbragatura che vogliamo muovere il braccio e alzaci in piedi… proprio a noi doveva capitare l’apprendista con l’istruttore. Dobbiamo anche fare la facci di chi si è divertito.
Ce l’abbiamo fatta!!!! Goditi quello, non è da tutti. Abbiamo superato la paura di buttarci.
Cxxxo dici. Adesso goditi tu la scarpinata nel bosco per tornare su. Con i tuoi polmoni non arriveremo mai al ponte, pensa che figura di mxxxa quando arriverà quello dopo e ci vedrà svenuti nel bosco… che coxxxxni. Ottimo lavoro, complimenti.
La smetti! Volevamo, dovevamo farlo e l’abbiamo fatto. Ne avevamo paura, abbiamo affrontato la paura con il coraggio e ci siamo buttati.
E… e cosa abbiamo dimostrato? Adesso abbiamo sicuramente una spalla rotta, non riusciremo a salire fino al ponte senza svenire, chiameremo Yara a Houston, e le diremo: “lo so che già ti sei incazzata perché settimana scorsa mi sono buttato con il paracadute senza dirti niente ed è andata bene. Oggi invece mi sono buttato dal ponte, bellissimo, ma… mi sono rotto una spalla.” e lei, giustamente, ci insulterà, ricordandoci la nostra responsabilità sui bambini.
Abbiamo dimostrato che le paure ci sono ma si possono affrontare con il coraggio, abbiamo dimostrato che i nostri limiti arrivano dalle nostre paure e che per superarli dubbiamo avere il coraggio di farlo.
E una spalla rotta, il casino che adesso dovremo affrontare con tutti? Per arrivare a casa dobbiamo fare 200 chilometri, ma con la spalla rotta come facciamo?
Chi ha detto che la spalla è rotta? Fa male ma forse si è solo slogata o stirato il muscolo. A casa ci arriviamo, abbiamo le marce automatiche e useremo il sinistro, se ci farà ancora male la spalla andremo al pronto soccorso. Goditi l’aver fatto una cosa speciale e passo dopo passo arriveremo al ponte, poi alla macchina e alla fine a casa.
Lo sai che tutti diranno che abbiamo fatto una caxxata, Yara, la Mamma, molti in ufficio non lo diranno ma lo penseranno. Hanno ragione, alla nostra età cosa dovevamo dimostrare? Abbiamo due figli bellissimi e noi abbiamo rischiato la nostra vita per cosa? Siamo dei coxxxxxni.
E’ tutta la vita che decidiamo cosa fare e cosa non fare, pensando a cosa dicono e pensano gli altri di noi. Stiamo facendo questa cosa, proprio perché abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita, decidere noi per noi. Ricordi?
Siamo stati un bravo figlio, un bravo marito, un bravo capo, perché abbiamo sempre deciso per quello che gli altri si aspettavano da noi. Non volevamo deluderli, guidavamo la nostra vita secondo i loro valori. Ricordi?
Ci abbiamo messo 43 anni a capirlo ma adesso lo abbiamo capito. Non voglio passare il resto della mia vita a buttarmi dai ponti, questo è un momento di rottura, soprattutto per imparare ad affrontare le paure con il coraggio, le paure che la malattia ci ha lasciato, ma anche perché dobbiamo fare quello che vogliamo “noi”, dobbiamo metterci al centro della nostra vita, anche se in questo momento con scelte estreme.
Non vuol dire egoismo, tutt’altro, vuol dire consapevolezza che nessuno può veramente decidere per il nostro bene, perché nessuno ci conosce veramente. Non ci conosciamo noi, come possiamo pensare che ci conosca qualcun altro. Conoscerci, nel senso di sapere cosa ci fa veramente felice.
Chi scegli per noi, usa i suoi valori, usa i suoi parametri per decidere cosa è bene e male per noi ma i suoi parametri non sono i nostri.
Oltre al fatto che comunque qualsiasi cosa abbiamo fatto non è mai andata bene veramente agli altri. Per gli altri, non siamo stati un bravo figlio, un bravo marito e un bravo capo quanto avrebbero voluto. Perché le persone valutano i fatti degli altri, le proprie intenzioni e vorrebbero un mondo perfetto. Lo facciamo anche noi ma ne abbiamo preso coscienza e cerchiamo di superare anche questo limite delle intenzioni e fatti.
Ma perché lo vuoi fare? Perché vuoi metterci al centro? Io stavo bene in quella vita, anzi, abbiamo vissuto senza porci il problema della scelta. Sceglievamo in base a quello che volevano e si aspettavano gli altri da noi. Decidere è difficile e se lo facciamo noi, dobbiamo anche assumerne la responsabilità. Quando le cose andavano bene, eravamo tutti felici e quando andavano male, avevamo anche la bella scusa che non era colpa nostra ma di tizio o caio che “ci aveva fatto scegliere quella cosa”. Facile, nessuna fatica nello scegliere, nessuna responsabilità e in più facevamo anche felici gli altri.
Ok, se ti va bene non vivere, ma la malattia ci ha fatto capire, con l’evidenza che dobbiamo morire, che siamo nati per vivere e vivere vuol dire scegliere e fare, scegliere per noi e fare. Se non scegliamo per noi, vuol dire non vivere la nostra vita ed è quello che noi abbiamo deciso di non volere.
Sì, prima era molto più facile, vivere senza scegliere per noi è molto più facile. Ci evita di capire veramente cosa vogliamo dalla nostra vita e soprattutto ci toglie la responsabilità della scelta fatta. E’ quello che fanno moltissime persone. Scelgono secondo quello che è giusto per la società, giusto per gli altri, senza riflettere su cosa vogliono veramente, e poi se le cose vanno male è colpa di qualcuno altro. Meglio di così? Zero fatica, zero responsabilità. Peccato che alla fine siamo tutti tristi, incazzati e demoralizzati. Peccato che alla fine non viviamo, ci lasciamo vivere…
Gran bei discorsi, ma parliamo della spalla, della salita, del tornare a casa, di quello che dirà Yara e la Mamma. Non dovevamo buttarci! Io me lo sentivo che sarebbe andata male. Ci sarà stato un motivo se le ultime due cifre dei chilometri sul cruscotto, quando abbiamo parcheggiato, erano 1 e 3… 13, ci sarà stato un motivo se al posto di buttarci alle 12.30 come da programma, ci siamo buttati alle 13.20… 13. Tutto diceva che non dovevamo farlo. Ti ricordi la nostra vocina cosa ci ha detto quando l’istruttore ci ha detto “metti fuori le punte dei piedi” e noi abbiamo guardato giù? Ci ha detto “Alessandro cosa cxxxo stai facendo?” e noi che non l’abbiamo ascoltata e ci siamo buttati.
Non ci siamo schiantati, quindi è andato tutto bene. Ce l’abbiamo fatta. La spalla guarirà. Con calma, passo dopo passo, respiro dopo respiro, mettendoci tutto il tempo di cui avremo bisogno, saliremo fino al ponte. Lasceremo che Yara e la Mamma, e tutto gli altri, dicano quello che vogliono. Se ci vogliono bene e ascolteranno a cuore aperto i motivi per cui ci siamo buttati, ci capiranno e continueranno a volerci bene. Se non sarà così, il problema è loro non nostro. Il discorso “dei segni”, del 13 e tutto il resto, è solo legato a quello a cui da attenzione il nostro cervello in determinati momenti. Ogni istante della nostra vita, veniamo sottoposti a milioni di informazioni e il nostro cervello decide di elaborarne ed evidenziarne solo alcune. Quando compriamo una macchina nuova, per qualche settimana non vediamo che quel modello, sembra che tutti abbiamo comprato la nostra stessa macchina. Quando ti nasce un figlio, camminando per la città vedi solo carrozzine e mamme in cinta. Tutto il mondo ha deciso di fare figli quando l’ho hai fatto tu. Non è così, è il nostro cervello che sta evidenziando solo determinate cose di tutto quello che vede. Se viviamo un momento di dubbio e paura, come quello che abbiamo vissuto prima di lanciarci, il nostro cervello ci evidenzia tutta una serie di segni per spingerci a non fare quella cosa. Per lui la paura è sopravvivenza, è evitare un pericolo. Per questo che abbiamo bisogno del coraggio per sbloccare il nostro cervello e superare la paura. La paura è un valore positivo, per milioni di anni è stato il nostro strumento principale di sopravvivenza. Senza paura ci saremmo fatti sbranare dalle belve, ci saremmo bruciati con il fuoco e ci saremmo buttati dai dirupi… Il 13 è si un segnale, è il segnale che abbiamo paura di qualche cosa e che per superarla abbiamo bisogno del coraggio per farlo. Se affronti la vita con positività, ti accorgerai che il tuo cervello inizierà a evidenziarti un sacco di cose “fortunate”.
Sembra che la cosa più importante per te sia cosa dicono e pensano gli altri di noi? Lo so che abbiamo bisogno di una nostra identità sociale, che quello che dicono gli altri ha un peso su di noi ma prima di tutto ci deve interessare quello che NOI diciamo e pensiamo di NOI, e solo dopo, ci deve interessare quello che gli altri dicono e pensano di NOI. La vita è la nostra. Abbiamo deciso di metterci al centro della nostra vita e lì dobbiamo restare. Accettiamo che gli altri possano pensare che stiamo facendo una cosa sbagliata ma andiamo avanti con le nostre convinzioni. Questo non solo per il fatto che ci siamo buttati da un ponte, questo per tutto quello che faremo nella vita.
 
Ti ricordi cosa abbiamo deciso qualche settimana fa? Abbiamo deciso che quello che facciamo e faremo, lo facciamo e faremo per cercare di dare un mondo migliore a Xander e Kiki. Abbiamo deciso di dedicare la nostra vita a questo. Il “nostro” agire qui e ora per “un mondo migliore per loro”. Per far questo abbiamo deciso di partire dal cercare di trasmettergli i nostri valori e sappiamo che se non siamo noi i primi ad applicarli, non saremo mai credibili e non potremo trasmetterli. Più che ascoltare, loro vedono cosa facciamo. Quindi non possiamo agire secondo i valori degli altri. Se vogliamo che siano felici, dobbiamo per primi noi agire per essere felici. Se vogliamo che decidano loro per la loro vita, e non seguano invece quello che gli dice la società, gli dicono gli amici e noi stessi, dobbiamo essere i primi noi a metterci al centro delle nostre decisioni. Ti ripeto, che mettersi al centro, decidere noi della nostra vita, non vuol dire essere egoisti, vuol dire decidere con i nostri valori, secondo quello che per noi è giusto e soprattutto prendendoci la responsabilità di quello che facciamo, mettendoci al centro del nostro cambiamento.
Belle parole e nei fatti!
Direi che buttarsi da un ponte, possiamo definirlo un fatto o sbaglio? E guarda che siamo arrivati in cima al ponte, e siamo a due fatti. Quando arriveremo a casa, a tre.
Cambiare la nostra vita, vuol dire semplicemente cambiare un fatto dopo l’altro… il difficile è il primo passo e forse per noi è stato fregarcene della vocina che ci diceva “Alessandro che cazzo stai facendo!”

Cari Xander e Kiki,
oggi, vi racconto una storia.

Entriamo in questo negozio stranissimo. Tante luci, colori, suoni, sono voci ma noi non lo sappiamo ancora, e fa freddo, tanto freddo. Fuori dal negozio stavamo benissimo, tutto tranquillo ovattato ma soprattutto faceva caldo. Non siamo per niente felici di essere entrati in questo negozio. Fuori stavamo molto meglio, ma siamo dentro, non sappiamo perché ma siamo dentro.

Nel negozio, ci viene data un’automobile. Piccola, senza nessun optional, con un motore con pochi cavalli. Noi non abbiamo la patente e nessuno ci ha nemmeno mai spigato cosa è un’automobile. Appena entrati nel negozio, delle persone vestite strane, con dei camici, delle mascherine e dei guanti ci hanno preso letteralmente in braccio e ci hanno messo nell’automobile. Sempre queste persone vestite strane, spingono noi e la nostra nuova macchina nel negozio vicino.
Qui le cose sembrano più tranquille, meno luci e rumori, voci più basse ma sempre freddo e disagio fisico. Veniamo accolti da due persone, gentilissime con noi. Ci mettono la benzina, lavano la carrozzeria e continuano a dire a noi e a tutti quelli che entrano nel negozio quanto sia bella la nostra macchia. Passano tutto il tempo a curarsi della nostra automobile.
Passiamo tantissimo tempo in questo negozio, sempre con queste due persone, a cui iniziamo a voler bene. Iniziano anche a dirci di provare a guidare, ci dicono di non preoccuparci, di provare che tanto ci sono loro per qualsiasi cosa. 
Non ci spiegano però come funzionano i comandi.
Noi siamo intraprendenti e ci proviamo. Davanti a noi abbiamo delle “cose”, una rotonda, altre a forma di leve. Ci sono delle lucine e dei numeri. Iniziamo a toccare e schiacciare tutto. Ovviamente i risultati sono disastrosi ma la macchina inizia a muoversi. Sobbalza, gira, frena. 
Ci prendiamo gusto e iniziamo sempre di più a schiacciare, girare, muovere e provare. Ogni tanto sbagliamo e andiamo contro il muro del negozio, roviniamo anche la macchina ma le due persone gentili sono sempre li a consolarci e ad aggiustarla. 
A ogni accelerata, incidente, ogni cosa che facciamo con la macchina loro sono li a dirci bravi! E’ bello ci fa sentire bene, ci toglie la paura e quindi noi continuiamo con i nostri esperimenti. Abbiamo anche capito che c’è il clacson e lo suoniamo e suoniamo ancora. I due sono felici anche di questo.
Il nostro è un modello di automobile speciale, perché più passa il tempo e più diventa grossa e aumentano gli optional.
Quando iniziavamo finalmente a stare bene e a divertirci, più chilometri e meno muri, le due persone ci spingono fino alla scuola guida. 
A differenza di quanto uno potrebbe pensare, nella scuola guida, la prima cosa che hanno detto è “non muovetevi, non accelerate e state fermi dove siete”. E cosi siamo stati per tutto il tempo. Una cosa veramente frustratane. La cosa bella della scuola guida è che non siamo gli unici in macchina. Ci sono altri come noi, abbiamo tutti macchine diverse, ma con loro ci divertiamo. 
Gli istruttori parlano tutto il giorno, ci spiegano come è fatta la macchina, quali tipi di strade ci sono e soprattutto ci parlano delle regole e dei cartelli stradali. Ci raccontano un sacco di storie di altre automobili che hanno girato per le strade del mondo. 
Quasi tutti i giorni ci fanno fare degli esami sui cartelli stradali, pochissime volte ci fanno andare sulle strade a provare le nostre macchine.
Stiamo anni in questa scuola, e la nostra automobile speciale continua a diventare più grande, potente e bella. Noi iniziamo a prendercene cura, vediamo che più è bella la nostra automobile più siamo ammirati e alcune volte addirittura invidiati. Iniziamo a comprare delle cose per la nostra automobile. I maschi le gomme allargate e le marmitte più grosse e rumorose, le femmine invece cambiano colore e cerchi delle ruote tutti i giorni. A noi piace essere un po’ stile rally, infangati e puzzare un pò, invece le signorine sono sempre pulitissime e profumate di nuovo. Più o meno abbiamo messo tutti la radio. I pochi che possono permetterselo hanno il cellulare integrato nel cruscotto dell’ultima generazione a 12 pollici. Sono i più invidiati, lo vorremmo tutti quel cellulare.
Ogni giorno finita la scuola guida, torniamo nell’altro negozio, dove ci sono le due care persone. Però adesso sono meno attente e ci fanno meno complimenti, si preoccupano principalmente di metterci la benzina, di cambiarci le gomme e tenere il motore in efficienza. A noi non interessa più di tanto di loro, anzi se ci facessero trovare la tanica di benzina vicino al box dove stiamo di notte a riposare, sarebbe il massimo.
Finalmente abbiamo finito la scuola guida! Siamo pronti, siamo tutti in strada. Eccoci finalmente a sfrecciare per le vie del paese. Oramai la nostra automobile speciale non cresce più, siamo alla versione definitiva. Per un po’ continuiamo a tornare dalle due persone care per la benzina, per farci dare i soldi per comprarci l’ultima versione degli optional per l’automobile e quando abbiamo qualche problema con il motore. 
Loro ci hanno però avvisato che ci aiuteranno ancora per poco e che dobbiamo trovare noi il modo di “mantenerci”. Non abbiamo capito bene cosa intendono, abbiamo però capito che non ci daranno più la benzina e i soldi e che prima o poi dovremo comprarci un box nostro.

La regola di vita della scuola guida, “è più figo chi ha l’automobile più bella”, vige anche qui fuori. Anzi qui è estremizzata, guidiamo principalmente per avere i soldi per rendere la nostra automobile più bella. 
Ci sono delle strade, dove guidandoci sopra guadagni dei soldi, le chiamano le strade dei soldi. Più chilometri uguale più soldi. 
Facciamo chilometri e chilometri ogni giorno per guadagnare qualche soldo in più. “Chilometri uguale soldi” è la nostra regola di vita. Non ci interessa dove andiamo, l’importante è macinare chilometri. I più bravi e fortunati guidano nelle strade dei soldi delle città o sulle autostrade dei soldi, ma le automobili sono tante e le strade dei soldi meno, quindi alcuni di noi per guadagnare sono costretti a guidare tutto il giorno in strade dei soldi sterrate e polverose, nel fango o nel catrame. Ci sono talmente tante automobili e poche strade dei soldi, che alcuni di noi non riescono nemmeno a uscire dal box con la mattina. 
Si, ci sono le strade normali, quelle vicino al mare, quelle in montagna, quelle li sono vuote, si riempiono solo il sabato e la domenica. Sono vuote perché andando su quelle non si guadagnano soldi. A noi non interessa guidare, a noi interessa guadagnare soldi, così abbiamo visto e imparato che funzionano le cose.
Alcuni dei nostri amici della scuola guida sono andati via, hanno preso delle strade che non li hanno riportati più indietro. Sono andati da qualche parte nel mondo. Ogni tanto anche noi, prendiamo delle strade normali, andiamo a visitare qualche nuova città, e ci piace anche tanto. Ma quello è una svago non è la vita. 
Passano gli anni, di gomme ne abbiamo consumate parecchie. Iniziamo ad avere qualche problema con il motore e la carrozzeria ma fortunatamente ci sono i meccanici e i carrozzieri, che però costano e quindi giù il piede sulla tavoletta e via a fare ancora chilometri e chilometri sulle strade dei soldi.
Passano altri anni e il motore inizia a perdere sempre più colpi, non riusciamo a fare più i chilometri che vorremmo, e siamo costretti ad andare piano. Quelli delle strade dei soldi non ci vogliono più, loro vogliono automobili veloci e potenti per fare tanti chilometri. Anche la carrozzeria e le gomme non sono più il massimo. Iniziamo ad andare per le strade normali. 
Andando piano, finalmente ci accorgiamo che il paesaggio è bellissimo, e iniziamo a rimpiangere quando il motore andava alla grade ed eravamo dei missili, che nostalgia. Se avessimo adesso quel motore da usare su queste strade normali, potremmo vedere le cose belle di tutto il mondo. Iniziamo a capire perché tanti, tanti anni fa ci era stata data un’automobile. 
Iniziamo a chiederci perché nessuno ci ha mai detto che l’importate non era l’automobile in se, ma quello che potevamo fare con l’automobile, dove potevamo andare con l’automobile. 
Tutti a parlarci di prestazioni del motore, di colori della carrozzerie e di dimensione dei cerchi delle ruote. Tutti a valutare noi e gli altri sugli optional delle nostre macchina, a fare chilometri e chilometri sulle strade dei soldi per comprarsi l’ultimo modello di qualche cosa. Avevamo il baule pieno di un sacco di cose inutili, cha alla fine non hanno fatto altro che appesantirci in tutti i viaggi, facendoci fare più fatica e consumando più benzina.
Sì, avevamo bisogno dei soldi per poter comprare la benzina, senza non ci saremmo mossi, ma bastava quella per poter andare e partire a esplorare il mondo. Credevamo invece che la cosa più importante fosse rendere più bella, ricca e confortevole la nostra automobile. Abbiamo passato la vita a guardare dentro la nostra macchina, quando il mondo vero era fuori lungo le strade del mondo.
Ci era stata data l’automobile per poter guidare per il mondo e vedere le tantissime cose belle. Guidare in nuove città, percorrere nuove strade, tutte diverse. Salite, discese, dritte o tortuose, vicino al mare o in cima alle montagne. Nella foresta più verde e nel deserto più rosa. Guidare e guidare fino a capire quali fossero le nostre strade della vita preferite, fino a capire su quali strade volevamo veramente guidare. Abbiamo consumato tutte le nostre gomme sulle strade sbagliate, su quelle dei soldi. 
Abbiamo passato le nostre vite valutandoci sui nostri optional, su chi di noi avesse il display sul cruscotto più grande, su quanti cavalli avessero i nostri motori. 
Non è colpa nostra, nessuno ci ha mai spiegato queste cose, e anche se qualcuno ha provato a farlo, tutto intorno a noi ci diceva il contrario: “i soldi sono la cosa più importante, perché con i soldi fai benzina ma soprattutto…. con i soldi puoi comprarti quello che vuoi ed essere felice”, “i soldi sono la felicità”. Nessuno a parlarci di vivere il mondo e pensare che per farlo era sufficiente il modello base della nostra automobile, un po’ di benzina e la voglia di andare, di guidare guardando fuori del finestrino.

Tanti, tanti anni fa, ci è stata donata la cosa più preziosa al mondo, la vita attraverso un corpo. La cosa difficile è capire che il corpo è lo strumento per godere del dono della vita, non è il dono in se. Questa mancanza di consapevolezza ci ha fatto rimanere concentrati sul corpo, sullo strumento. Abbiamo passato la nostra vita cercando di arricchire il corpo e non di arricchirci di vita.”

Kiki e Xander siete la cosa più bella della mia vita, vi voglio bene.”

Fate che piova…

Veramente, però, fate che piova!!!! Altrimenti i miei post saranno tutti uguali. Se c’è il sole io faccio e poi arrivo al limite. Questa mattina alle 7 pioveva anche ma poi è uscito il sole. Io mi sono incasinato e ho alzato ancora l’asticella. 
Cosa ho fatto? Giocato a pallone con Xander sotto il sole alle 14.00. In canottiera, e ho anche vinto 7 a 5.
Xander ha 8 anni, ma negli ultimi 6 io non ho mai avuto il fiato per giocare più di 2 minuti. Facevo due passaggi, 20 metri di corsa e mi fermavo, non riuscivo più a ripartire. Fino a oggi, il massimo è stato giocare a passaggi per 10 minuti. Oggi è stata la prima vera sfida all’ultimo dribbling. Xander è bravo, corre, tira bene e soprattutto gioca duro. Lo sanno bene le mie caviglie, polpacci e stinchi. Cavolo, Xander ha 8 anni.
Questa è stata la prima tacca dell’asticella.
Verso le 16.30, ho deciso di vedere se la moto ripartiva dopo il fermo autunno/invernale. E’ ripartita. Caricato Xander, dopo aver chiesto il permesso a Yara, è siamo andati a fare un giro. Inizialmente doveva essere un giretto di 5 minuti ma poi tutto quadrava, la temperatura era giusto, Xander si stava divertendo e io ancora di più con lui abbracciato a me. Il giretto si è allungato e siamo anche andati a fare “una vasca” in centro a Cuneo e una fotografia davanti alla sua scuola. Non sia mai che domani qualcuno non ci creda. Anche questa è stata “la prima volta”. Xander era già salito con me in moto, ma sempre giretti nella via e seduto davanti a me. Oggi è stato il primo giro vero, seduto dietro.
Mentre andavamo, pensavo al discorso della zona confort e di quella di apprendimento. Sono convinto che uno dei ruoli del padre, sicuramente fra i più importanti, sia portare i propri figli fuori dalla zona di confort, lontano da televisione, iPad, lego, per portarli nella zona di apprendimento, dove provare cose nuove. Sempre però con la sicurezza che può dare un padre vicino ai propri figli. Il padre, secondo me, deve allenare i figli a fare, a provare, a uscire dalla loro vita comoda per sperimentare cose nuove. Non c’è differenza in merito al sesso dei figli. La madre li protegge nel suo grembo e li coccola, il padre li lancia in aria per riprenderli al volo. Frase non mia ma letta in un libro o forse ascoltata alla radio, con cui sono totalmente d’accordo.
Poi ho portato anche Kiki. Questa volta è stato solo un “vero giretto” ma era seduta dietro e mi abbracciava anche lei. Bellissimo. E’ salita dicendomi: “Papà ho paura” ma ha passato tutto il tempo a urlarmi da sotto il casco: ”fai le accelerate che mi piacciono tantissimo”. A ogni accelerata, non preoccupatevi sono un padre responsabile ma soprattutto adoro i miei figli, sentivo che Kiki rideva di gioia e mi stringeva più che poteva, facendomi sentire il suo cuore battermi forte sulla schiena.
Questa la seconda tacca.
La terza è mentale e quella che ha creato la seconda. Alle 18.30 Xander ha iniziato a starnutire, il naso gli gocciolava e ha iniziato a soffiarselo insistentemente. Non ha cenato e alle 20.30 aveva 38 di febbre. Se si è ammalato lui, potrei essermi ammalato anche io.
Non è più una questione di paure, come invece venerdì sera, ma una questione di valori.
La paura su cosa può succedere se mi ammalo? Inutile pensarci adesso. Non sono andato via come venerdì sera, sono nel qui e ora. La paura di aver sbagliato? Se è così, capirò poi dove e cercherò di trarne il giusto insegnamento, per non ricommettere più lo stesso errore. La paura del giudizio degli altri? Lasciamo stare.
Oramai è fatta. Se avesse continuato a piovere ma poi è uscito il sole. Nel qui e ora, io dei se e dei ma non me ne faccio niente. C’è stato il sole e ho fatto quel che ho fatto. Può essere stato un errore da cui imparare, oppure no. Non lo sappiamo ancora, vedremo come ci alzeremo io e Xander domani mattina. Quella di Xander potrebbe essere solo allergia, siamo andati fra i campi e qui è pieno di pollini, oppure qualcosa d’altro.
Perché una questione di valori? Perché le scelte che ho fatto oggi sono state fatte tutte seguendo i valori che stanno guidando la mia vita in questo momento. Capire quali sono, mi può aiutare a capire perché continuo a voler superare il limite, a voler alzare l’asticella.
Tutto è stato sicuramente guidato dalle scelte “primordiali” dei valori della “felicità” e del “Qui e Ora”. Adesso voglio essere felice, ma ne ho usati altri e voglio capire quali.
Perché ho scelto di giocare a calcio, sotto il solo con Xander? Perché volevo che godesse di un padre attivo con cui giocare, che si creasse questa memoria. Ho scelto con il valore della “famiglia”. Mi sentivo di avere le energie per farlo, volevo farlo e l’ho fatto. Niente mi impediva di dire che ero stanco, che c’era il sole e che non potevo. E’ quello che gli ho detto per 6 anni.
Perché ho scelto di vedere se la moto partiva? Perché volevo fare un giro in moto. Per me la moto è vita, ma soprattutto la mia vita. Negli ultimi 10 anni, e anche prima, l’ho usata pochissimo. Da quando sono qui a Cuneo, fra il lavoro, i bambini e poi la salute, fino all’estate scorsa, non avevo fatto 200km in totale. Ho scelto con il valore del “fare”, del vivere. Ho allungato il giro con Xander perché ho scelto anche con il valore della “famiglia”, per gli stessi motivi della partitella a calcio.
Quindi? Quindi avrei invece potuto dare priorità ad altri valori.
Il primo, il “rispetto”. Avrei potuto riposarmi fisicamente e scegliere di rispettare di più tutte le persone che hanno lavorato negli ultimi mesi per la mia salute, non mettendo a rischio il loro lavoro.
Avrei potuto scegliere con il valore del “sacrificio”, sacrifico il fare di adesso per poter fare in futuro. Noooo, questo proprio no. Sono qui e ora.
Soprattutto avrei potuto usare il valore della “salute”, un po’ di riposo mi avrebbe aiutato a riprendermi e darmi energie…
Riflettendo sui valori, del loro utilizzo e delle loro priorità, ho invece realizzato che insieme ai valori della “felicità” e del “qui e ora”, sto utilizzando anche il valore della “salute”. Ho utilizzato il valore della “salute” in tutte le mie scelte di oggi, così come in quelle di ieri e dei giorni precedenti. In tutte le mie scelte da quando sono entrato in ospedale. Solo questa sera, però me ne sono reso conto.
Ho usato il valore della “salute”, perché sono sicuro che il voler essere vivo, il voler vivere sia la miglior medicina. Nessuno stimolo può essere più forte. Scelgo di vivere e fare per la mia Salute.
I giorni fra la diagnosi e il rientro in ospedale sono stati molto difficili. Quello che poteva sembrare a tutti una centratura nel qui e ora, quella che forse adesso realmente ho, era in realtà il non sapere come affrontare la cosa, il non sapere dove guardare. Era il far finta di niente. Il ritorno della malattia nel 2011 mi aveva già tolto tutta la parte legata all’ansia della proiezione sul futuro, mi aveva tolto le visione del mio futuro. Non mi era difficile non pensare a cosa sarebbe successo, per me è così da 5 anni.
Quando non riuscivo a non pensarci, ero sbandato, anzi ero rassegnato ad accettare e sperare. Non sapevo come reagire attivamente, mi sono lasciato trascinare dagli eventi. Poi è successo, non mi ricordo il momento esatto, ma è successo. Un semediidea è diventato pianticella e poi fiore.
L’estate scorsa, in uno dei miei tanti viaggi in macchina, ho ascoltato l’intervista su Radio24 del giornalisita Minoli al dott. Costa, ideatore e responsabile per 30 anni, fino al 2014, della Clinica Mobile del Moto Mondiale. Il passaggio che mi ha lascato il semediidena è stato quello in cui Minoli chiedeva quale fosse il fattore che faceva la differenza nelle sue cure ai pilotti distrutti da un incidente e il dott. Costa ha risposto: ”due parole “voglio correre”, quando il pilota non chiedeva “quando guarisco”, “cosa mi succede”, ma diceva subito “voglio correre” capivo che ne sarebbe uscito. In quelle due parole c’è la cura”.
(Vi consiglio di ascoltare l’intervista che dura 20 minuti, la trovate qui).
Oggi so che la “mia” cura sono due parole: “voglio vivere”.
Tutti i giorni qualcuno mi suggerisce qualche terapia alternativa, tutte impostate sul cercare la causa della malattia. Trovi la causa, la interiorizzi, la accetti superandola e guarisci. Ci credo, è stato il mio primo approccio e ha funzionato fino a qualche mese fa. Anche il giorno prima di entrare in ospedale, ho fatto una bella chiacchierata con un terapista ma soprattutto un amico, proprio con questo scopo, ritrovando le stesse motivazioni di 5 e 6 anni fa. Nei primi giorni in ospedale, ho lavorato tanto anche su quello.
Poi ho realizzato che voglio stare sul qui e ora, non voglio continuamente tornare al mio passato. Lo so, è pieno di imperfezioni e se poi ci mettiamo anche quello dei miei genitori e dei miei nonni, sicuro mi perderei là. Tutte le imperfezioni del passato, ma proprio tutte, le accetto e le lascio la dove sono, accogliendole come parte della vita, parte dell’universo. Non posso fare che così, non possiamo fare che così. Nessuno può tornare indietro per cambiarne qualcuna ma tutti possiamo fare per cambiare il nostro presente. Le mie energie devono rimanere tutte qui.

Io adesso “voglio vivere” e ho totalmente fiducia nella mia anima, nella mia mente/cervello e nel mio corpo. Loro sanno come farmelo fare, a me solo il compito di vivere sia con la pioggia sia con il sole.

L’importanza della visione senza porci limiti e di sorridere e accettare.

Cari Xander e Kik,
qui sotto la sintesi del Dance Time di oggi 14 aprile 2016. Trovare le mie considerazioni sull’importanza della visione senza porti limiti e di sorridere per accettare.

durata 9:02

Xander e Kiki siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene