L’identità… prime riflessioni…

Cari Xander e Kiki,
con questo post vorrei iniziare una riflessione sul concetto di identità, di chi siamo NOI rispetto a tutti gli altri. Di chi decidiamo di essere.
A questo punto ho due vie: cerco di semplificare il più possibile quello che penso ora o mi addentro in anni di pubblicazioni in materia per confrontarmi con tutte le vie di pensiero e definizioni? Non sono all’altezza della seconda via, quindi, cercherò di non scioccare troppo i puristi del pensiero e dirò la mia. Alla fine questo è Il “Mio” Manuale di Vita…

Premesse: semplificherò, banalizzerò, generalizzerò… potrò un giorno negare e rivedere tutto

Ognuno di noi ha bisogno di un’identità all’interno della società perchè siamo animali sociali e non possiamo prescindere dal riconoscimento degli altri. Questo è il primo punto base: non possiamo prescindere dal riconoscimento degli altri ma dobbiamo ricordarci di non essere quello che ci riconoscono gli altri. Dobbiamo tenerci al centro della nostra identità. Questo non è facile perché nasciamo senza una nostra vera identità e, per i primi mesi di vita, siamo nostra madre, siamo niente più che un organo esterno di nostra madre. Ci vuole qualche mese perchè si cominci ad avere un’identità autonoma che ci viene, comunque, data. Iniziamo con l’essere “figli”, cresciamo e questa identità si arricchisce di sfumature che ci definiscono come figli “bravi”, figli “capricciosi”, figli “studiosi” e così via. Queste identità ci vengono date dai genitori, dai nonni, dagli insegnanti ma quella che pesa di più è l’identità che ci dà la mamma in quanto ancora la figura più credibile ed importante della quale siamo stati parte integrata.
Cresciamo e con noi – attraverso l’esperienza – la nostra identità inconscia ancora costruita da quello che gli altri dicono e pensano di noi. E’ un momento difficile da affrontare: è tutto nuovo, è tutta una scoperta, è tutto da gestire e, spesso, questo “NOI” definito dagli altri ci crea malessere e tensione.
Nell’età adolescenziale questa identità imposta dall’esterno inizia a starci stretta. Iniziano i primi conflitti con i genitori, con la società e così diventiamo, sempre per definizione degli altri, ribelli. Iniziamo, finalmente, a prendere coscienza della necessità di una nostra identità, un’identità scelta da noi e non imposta dall’esterno.
Qui il secondo punto base: chi decidiamo di essere, chi vogliamo essere, quale vogliamo sia la nostra identità personale e sociale?

Siamo giovani e totalmente in balia della vita e del mondo. Non abbiamo ancora una sufficiente esperienza per elaborare in modo cosciente la nostra identità. Ma abbiamo bisogno di un riconoscimento famigliare e sociale. Gli altri mi vedono, io ci sono, io esisto, io posso agire.
Cosa facciamo allora? Cerchiamo un modello di riferimento, un modello che può essere il gruppo di amici, il cantante, l’attore, lo scienziato o ne creiamo uno noi prendendo qui e là. Cerchiamo un modello da cui attingere i valori. Cerchiamo qualcosa che ci dica come agire nella nostra identità. Cerchiamo uno specchio in cui rifletterci e modellarci.

Passa il tempo e la nostra identità cosciente si affina distaccandosi, almeno in parte, da quella definita dall’esterno ma molte volte, a guidare la nostra definizione, è ancora la necessità di approvazione sociale e, soprattutto, il lavoro tanto importante nella nostra società. Confondiamo così il nostro ruolo con la nostra identità. Molti confondono la propria identità con il proprio CV.

Se qualcuno di notte ci svegliasse di soprassalto e ci chiedesse: “ma tu chi sei?” quanti di noi, dopo aver detto il nome, direbbero casalinga, impiegato, disoccupato… come all’anagrafe comunale. Diciamoci la verità, chi di noi in questo momento è in grado di rispondere prontamente e sicuro alla domanda “chi sei?”… brividi, vero? Ma se non avete risposto con prontezza e certezza, allora avete una buona possibilità di poter ancora crescere e migliorare… ma questo è un altro discorso, e rischio di farmi casino da solo.

Essendo questo Il Mio Manuale, qui sotto provo a mettere qualche istruzione per la definizione della propria identità:

-) Possiamo essere tutto quello che vogliamo essere. La differenza la fa la voglia di esserlo, non i limiti che vediamo. La differenza non è la persona ma la sua voglia e le sue motivazioni. Tutte le cose bellissime del mondo sono state fatte da persone come noi. Ricordiamoci però che anche quelle brutte sono state fatte da persone come noi.
-) Non definiamo la nostra identità in base a quello che gli altri vedono di noi. Non deleghiamo ad altri il definire la nostra identità. La società è uno specchio distorto perché le persone valutano se stesse sulle proprie intenzioni ma gli altri sui fatti. Intendo: io agisco secondo quello che è la mia intenzione ma il mio agire viene valutato dagli altri secondo la loro interpretazione che non sempre considera/conosce/corrisponde alla mia originale volontà. Quindi qualsiasi cosa ci verrà detta, ascoltiamola e analizziamola ma ricordiamoci che è distorta dalla legge intenzioni/fatti. Sintesi di questo punto:”ascoltiamo tutti, ma pesiamo quello che dicono e soprattutto scegliamo per noi”. Alla fine anche noi siamo gli altri e soprattutto siamo gli unici che più ci conoscono e conoscono il perchè del nostro essere.
Questo punto rimane il più difficile e complesso. L’identità è anche riconoscimento sociale e tutti tendiamo a volere un riconoscimento sociale positivo per cui, spesso, rischiamo di dimenticare quello che veramente vogliamo per trasformarlo in quello che la società vorrebbe che fosse.
-) Il fatto è che nessuno può rinunciare ad avere un’identità sociale e personale. Se per quella sociale non ci sono problemi, per l’identità personale è più pericoloso: se risulta essere diversa da quella che vorremmo … dobbiamo lavorarci.
-) L’identità non può cambiare ma può crescere. Anche questo è un punto molto importante, molte volte cerchiamo di combattere la parte della nostra identità che non ci piace, e lottiamo mettendo tutte le nostre energie li, fino ad arrivare allo sfinimento. Non possiamo cambiare, dobbiamo accettare i difetti, i limiti della nostra identità e concentrarci sul migliorare i fattori positivi che, sicuro, ci sono.
-) Il mondo non è perfetto e quindi tanto meno noi e la nostra identità.
-) Ecco la cosa più importante: troviamo, definiamo la nostra identità e decidiamo chi vogliamo essere rispondendo semplicemente a questa domanda: cosa ci fa felici? L’identità deve tendere alla felicità. La nostra felicità non quella degli altri. Non dobbiamo credere che sacrificando la nostra felicità gli altri ci approvino di più o ci vogliano un bene maggiore. Chi ci ama ci prende per quello che siamo, con i nostri lati belli e quelli meno interessanti.

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

Leggere, leggere e leggere.

Leggere, leggere e leggere. Molto di quello che sono è perché ho letto, e ho letto molto meno di quello che avrei voluto e dovuto per conoscere meglio il mondo e quindi anche me.

I libri che mi hanno insegnato sono tantissimi, partendo da “Il Gabbiamo Jonathan Livingstone” di Richard Bach, perché li ho capito che è giusto cercare la propria strada anche se diversa da quella degli altri e che i nostri limiti sono quelli che decidiamo noi di porti. Dalla lettura del libro è nato il mio motto “Volerò più veloce e in alto delle mie ali”.

Libri che ho letto recentemente e che mi hanno lasciato dei semi di idee:
“The secret” di Ronda Byrne
“Steve Jons” di Walter Isaacson
“Open” autobiografia di Andre Agassi
“Pensa e arricchisci te stesso” di Napoleon Hill
“Fuori classe. Storia naturale del successo” di Malcolm Gladwell
“Davide e Golia. Perché i piccoli sono più forti dei grandi” di Malcolm Gladwell
“Braccialetti Rossi: Il Mondo giallo” e tutti gli altri libri di Albert Espinosa
“Sette brevi lezioni di fisica” di Carlo Rovelli
“Il monaco che vendette la sua Ferrari” di Robin S. Sharma
“Il tempo della leadership” e tutti gli altri libri di Alessandro Chelo

Rinunciate a tutti ma non a leggere almeno 1 ora al giorno…

Non arrendersi ma fermarsi per riposare e ritrovare le giuste motivazioni, riprendendo la guida della nostra vita.

Cari Xander e Kiki,
Qualche mese fa ho iniziato un nuovo progetto, avevo una fortissima motivazione per arrivare al mio obiettivo. La meta era chiara, di valore, ero sicuro che lavorare per lei era una cosa giusta. Ero convinto che arrivando alla meta, avrei migliorato il mio mondo. Avrei reso il mondo un posto migliore dove vivere.
Ogni piccolo passo era un successo, da ogni piccolo successo traevo le energie per il passo successivo. Mi sono trovato ad affrontare diversi problemi ma li vedevo come sfide, sfide da affrontare, combattere e superare. I problemi, le sfide per arrivare alla meta erano stimoli per fare sempre di più, per concentrarmi sempre di più. Mi sentivo onnipotente, non vedevo possibili vie di fallimento, era solo una questione di tempo e di fare. Mi sentivo fortissimo e felice di riuscire a realizzare il cammino verso la meta…
Poi qualche settimana fa, dopo tante energie spese nel progetto, ho iniziato a sentire che le motivazioni iniziavano a diminuire, non ero più concentrato. Ogni problema, ogni ostacolo era un motivo perché il mio cervello mi proponesse mille motivi per lasciar stare, mille motivi per dirmi che “non ne valeva la pena”. Giorno dopo giorno rallentavo il mio cammino, fino a trovarmi immobile, paralizzato. Non vedevo più la meta. Le mie giornate si riempivano di insoddisfazione, malumore, negatività. Ero arrabbiato, ero arrabbiato con me stesso per un cammino iniziato con tanta energia che si stava concludendo con un fallimento. Un fallimento causato dalla mia incapacità di continuare. Ero svilito, abbattuto, pentito di aver iniziato il viaggio. Mi dicevo che l’errore era aver pensato di potercela fare. Stavo per arrendermi per dichiarare definitivamente irraggiungibile la meta. Il mio cervello già si stava preparando a elencarmi tutti i giusti motivi perché avevo fatto bene ad arrendermi. Tutti ben elaborati e che portavano ad una e sola conclusione: “non ti avvilire, tu ce l’hai messa tutta, la colpa è del mondo ostile in cui vivi, è lui che non ti ha capito, non ti ha assecondato. La colpa del tuo fallimento è sua! Il mondo non ti merita, il mondo è una merda.” 

Contemporaneamente alla perdita di motivazione sono iniziate anche ad emergere le paure. La paura di fallire, la paura di sbagliare, la paura di fare una brutta figura con gli altri e di essere deriso. Ogni paura era un blocco al fare e una buona motivazione per arrendermi. Volevo scappare il prima possibile da quella situazione, da quelle paure.

Fortunatamente, proprio prima di arrendermi definitivamente, ho letto una frase che mi ero appuntato su un foglio e che tenevo sul comodino. La frase diceva: “sei tu che guidi il tuo autobus…”.

Siamo noi che decidiamo del nostro futuro, della nostra vita. Non sono gli altri, il mondo o le nostre paure. Siamo noi che guidiamo il nostro destino. Il nostro percorso di vita è sicuramente influenzato dagli altri, da eventi esterni, dal mondo ma siamo comunque noi a guidare e a decidere per noi.
Ho capito che non mi dovevo arrendere, dovevo invece fermarmi, riprendere le energie e rimettermi al centro del mio destino. Guardare in faccia le paura e trovare il coraggio per superarle. Dovevo ritrovare le stesse motivazioni che qualche mese fa mi avevano spinto a partire. Ho capito che il problema non era la meta irraggiungibile in un mondo ostile, ho capito che il problema ero io e le mie motivazioni. Grazie a questa consapevolezza sono ripartito e ora vedo nuovamente la meta in fronte a me, con ancora più consapevolezza che è li che devo arrivare.
L’inganno è pensare che la nostra vita sia guidata da altri, che è quasi inutile cercare di percorrere la nostra strada perché tanto ci sarà qualcuno o qualcosa che ci impedirà di proseguire. Meglio lasciarsi portare per evitare di essere noi a sbagliare. Ogni giorno il nostro cervello ci propone mille giustificazioni per non fare, perché il fare è fatica. Sono tutte giustificazioni ben formulate e che arrivano dai noi, difficile non dargli credito e per questo che dobbiamo essere consapevoli che la causa dei nostri insuccessi siamo noi.
Il percorso non è facile, ci sono salite, discese, curve e ostacoli. Ci sono incroci e bivi. Ci sono anche vie senza uscita. Ma spetta a noi, solo a noi percorrere questa strada, trovare la forze per le salite e la concentrazione sulle curve, decidere quale strada prendere ai bivi e avere la freddezza e l’umiltà di tornare indietro e ripartire nelle strade senza uscita.

Non è l’altezza del muro che conta ma la nostra voglia di passare oltre. Il muro possiamo saltarlo, abbatterlo o aggiralo, molto più difficile pensare che sia lui a spostarsi. Viviamo in una società che ogni giorno ci da dimostrazione che anche le mete che sembravano irrealizzabili, impossibili, con le giuste motivazioni e il fare si possono raggiungere.

Riepilogo:
– Noi guidiamo la nostra vita, non gli altri, il mondo o le nostre paure;
– Non arrendersi ma essere consapevoli che ogni tanto bisogna fermarsi per prendere fiato e per rimettersi al centro;
– Siamo bravissimi a darci le giustificazioni giuste per arrenderci ma sono inganni per non fare;
– La paura di fallire e sbagliare è potentissima;
– Non ci sono obiettivi impossibili, ci sono obiettivi poco motivati;
Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

Paure, Coraggio ed Errori…

Cari Xander e Kiki,
Due cose sicure nella vita sono la Paura e l’Errore.

La Paura è il nostro primo e più importante sistema di sopravvivenza. Da quando c’è l’uomo sulla terra la Paura l’ha accompagnato nella sua esistenza, gli ha salvato la vita e permesso di evolversi e diventare quello che siamo noi oggi. Grazie alla Paura abbiamo coscienza dei pericoli. Non esiste uomo che non abbia paura, non esiste “Senza Paura”.

La Paura è energia, la paura è adrenalina e l’adrenalina è lo stimolante più potente della nostra chimica. La Paura ci può far scappare, la Paura ci può bloccare ma la Paura è anche l’energia del Coraggio. Senza Paura non si può aver Coraggio. Più è grande la Paura, più sarà grande il Coraggio per superarla e affrontare il pericolo.

La Paura è uno strumento importantissimo della nostra esistenza e come tale dobbiamo imparare a usarlo. Dobbiamo imparare a riconoscere e capire le nostre paure. Molte sono inconsce, sono nascoste nel profondo del nostro essere e si presentano come dei blocchi.

Quante volte ci è capitato di voler fare una cosa nuova ma subito iniziano ad avere mille dubbi, il nostro cervello inizia a proporci “ma…”, “però…”, “se…”, a proporci una serie di giustificazioni per non fare quella cosa. Un esempio è quando vorremmo cambiare lavoro per uno che crediamo ci possa rendere più felici e soddisfatti, abbiamo voglia di farlo ma subito iniziamo con i ma, i però e i se. “Ma hai uno stipendio assicurato”, “ma hai una famiglia da mantenere”, “però se poi non va bene?”, “però se non è quello che credi”… Alla base di questo sistema di autodifesa ci sono delle Paure. C’è sicuramente la paura di sbagliare, la paura di essere egoista, la paura di danneggiare gli altri, la paura di non poter tornare indietro… Sono tutte paure naturali del nostro essere.

Il bello è che quando riusciamo a prendere coscienza che i nostri blocchi sono legati a delle paure, e riusciamo ad individuare queste paure, possiamo in modo attivo utilizzare l’energia di queste per trovare il Coraggio di superarle e di realizzare i nostri desideri. Per realizzare i nostri desideri ci vuole “Tanto Coraggio”, e il Coraggio lo troviamo nell’energia della Paura.

La Paura più ricorrente è la Paura di Sbagliare. Questo perché siamo cresciuti in un sistema educativo e scolastico basato sulla punizione dello sbaglio e non sulla valorizzazione del successo. E’ incredibile ma abbiamo imparato a camminare cadendo e a parlare tentando ma dall’età scolare in poi ci hanno insegnato punendo gli sbagli.

Il nostro blocco più potente nel fare è la Paura di Sbagliare, abbiamo così tanta paura di sbagliare che molte volte preferiamo rinunciare. Non è una rinuncia cosciente ma solo l’assecondare le mille scuse e giustificazione dei Ma, Se e Però. Per superare la Paura di Sbagliare bisogna capire che l’errore non è un fattore negativo.

La perfezione non esiste, l’Errore è naturale, è la base della crescita, del miglioramento. Per il nostro sistema educativo, per la nostra società, l’errore è un fattore negativo, un fattore da evitare, da rinnegare, da nascondere e da dimenticare. Invece grazie all’errore noi possiamo imparare, possiamo capire e migliorare. L’errore non è una cosa negativa, è una cosa positiva da ricordare, da accettare e valorizzare, perché è la base della nostra crescita e la base del nostro sapere sulla vita.

Più errori riusciamo a trasformare in esperienza e più miglioreremo.

Mi dico sempre: “Non sbaglio mai, o faccio giusto o imparo”.

Riepilogo:
– Non esiste “Senza Paura”;
– Le paure sono un valore della nostra sopravvivenza;
– La paura è energia;
– Dietro ai nostri blocchi nel fare c’è sempre una paura;
– Conosciamo la nostra paura e possiamo trasformare la sua energia in coraggio per superarla;
– L’Errore non è negativo;
– L’Errore è la base del miglioramento;
– Dall’Errore si impara;

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

Lo Scopo della Vita è Essere Felici.

Cari Xander e Kiki,
Molte volte nella vita ci troviamo a domandarci quale è lo scopo della nostra esistenza? Perché dobbiamo alzarci alla mattina? Quale è il vero motivo per cui siamo qui su questa terra?
Io non so la risposta esatta, so quello che mi rispondo io. Siamo su questa terra per Essere Felici.
Ho letto in un libro una frase che mi è piaciuto tantissimo e che è stato uno dei miei semidiidea, la frase diceva: “Non esiste la felicità, esiste essere felici tutti i giorni“. Una cosa della frase che mi ha fatto riflette e capire tante cose è il verbo essere davanti alla parola felici. Ho capito che la felicità non è una cosa che dobbiamo inseguire, sperare, cercare, non è un dono del cielo. Non è una “cosa” e un “fare”. “Essere Felici” è la scelta del modo in cui viviamo.
Per me essere felici vuol dire partire da due semplici cose, la prima è sorridere di cuore e la seconda è guardare e godere delle cose belle della vita e accettare quelle brutte. Non è facile, ci vuole impegno ma vi garantisco che il risultato è sorprendente.
Essere Felice ci permette di avere l’energia per poter fare tantissime cose nella vita. Ci permette di avere l’energia di fare le cose che ci piace fare e quindi essere ancora più felici.
Attenzione però agli inganni del nostro cervello, essere felici è fare e come sappiamo il nostro cervello preferisce rimanere nelle intenzioni e non passare al fare. Il nostro cervello ci dirà: “per essere felici ci vogliono un sacco di soldi, come fai ad essere felice se non hai i soldi per arrivare a fine mese?”, “la felicità è una cosa che si legge nei libri e vede nei film, la vita vera e un’altra cosa, la vita è sopravvivere alle avversità”, “vai a dire di essere felice a chi sta soffrendo per una malattia…”.
Come ho detto, non è facile ma la vita alla fine non è niente altro che la somma di tante emozioni vissute. La vita è emozionarsi, la nostra scelta è quale emozione provare, la nostra scelta è di provare emozioni di felicità.
La Ferrari non è la felicità, la Ferrari ci può far provare l’emozione della felicità. La Ferrari è uno strumento per essere felici, la Ferrari non è felicità in se. Date una Ferrari ad un malato che non può alzarsi dal letto e questo non sarà più felice comunque. Ma come la Ferrari è uno strumento per essere felici, lo è il sole che sorge, il sorriso di tuo figlio, il bacio di chi ti ama. Ma anche e soprattutto la sola consapevolezza di essere Vivi.
L’intensità della felicità non è data dal valore economico dello strumento che scegliamo di utilizzare per emozionarci, e data da quanto siamo consapevoli che essere felici è una nostra scelta. Sono sicuro che l’istante prima di morire capirò il grandissimo valore di un bacio dato con amore, di un lungo abbraccio dato a mia mamma con il cuore aperto, del sorriso dei mie figli… capirò che i soldi sono niente confronto a tutte queste piccole grandi cose della vita.
Questo mi aiuta a essere consapevole che viviamo in una società che invece ci vuol far credere che sono le cose, i soldi, a fare la felicità. Siamo bombardati da modelli di vita, dove la felicità è data dalle cose possedute, che ci spinge a comprare per essere felici ma non essendo questo il modo per essere felici alla fine non lo siamo e quindi crediamo sempre meno alla possibilità di esserlo veramente.
Ho anche capito che le belle emozioni, l’essere felici, si amplificano se si vivono con altre persone che hanno scelto di essere felici. Si amplificano se si condividono con gli altri. Niente è più potente di una vera risata condivisa con gli altri. Ho capito che ci sono persone che invece scelgono di essere infelici, che scelgono di guardare solo le cose brutte della vita, scelgono di non avere nemmeno la speranza di poter essere felici. Bene, per essere felici bisogna assolutamente allontanarsi da queste persone.
Essere felici è un dovere nei nostri confronti e nei confronti del mondo, grazie alla nostra felicità renderemo il mondo migliore e vivendo in un mondo più felice saremo più felici anche noi, ed è per questo che la vera felicità non deve causare danno a niente e nessuno altrimenti non si amplificherà…

Riepilogo:
– La vita è emozionarsi;
– Lo scopo della vita è Essere Felici;
– Essere Felici è un modo di vivere non un cosa;
– Per Essere Felici si deve partire da un sorriso di cuore e dal guardare e godere delle cose belle del vita e accettare quelle brutte;
– I soldi possono renderti più felici ma non sono la felicità;
– Essere Felici è più facile se si sta con persone che sono felici;
– Per Essere Felici bisogna allontanarsi da persone che non vogliono essere felici;
– Essere Felici rende il Mondo migliore e più felice;
– Essere Felici non deve causare danno a niente e nessuno.

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

Le Intenzioni e i Fatti, l’inganno del nostro cervello…

Cari Xander e Kiki,
sicuramente una delle cose più difficile nella vita è passare dalle intenzioni ai fatti. Cosa difficile perché è proprio il nostro cervello che volendo risparmiare energie per la sua soppravivenza, ci inganna facendoci credere che le intenzioni e i fatti alla fine siano la stessa cosa.
Ci svegliamo alla mattina con le migliori intenzioni per migliorare la nostra vita e il nostro mondo, viviamo la nostra giornata sicuri che stiamo migliorando la nostra vita e il nostro mondo e ci addormentiamo soddisfatti.
Ci guardiamo intorno e vediamo che gli altri non fanno niente per migliorarsi e addirittura non si accorgono del loro stato. Ci chiediamo come non possano accorgersi del modo in cui vivono, del fatto che hanno tantissime opportunità per migliorare e che invece preferiscono stare li a far niente e alla fine, ci sentiamo anche migliori di loro, perché noi tutte le mattine siamo consapevoli che le cose si possono migliorare e rinnoviamo le nostre intenzioni per farlo.
Poi ogni tanto andiamo in crisi esistenziale perché ci accordiamo che passa il tempo e la nostra vita e sempre la stessa e il nostro mondo è sempre lo stesso.
Ci diciamo: “Ma come può essere, io voglio migliorare la mia vita, voglio un mondo migliore ma perché non ci riesco?”. Il nostro cervello, che come ho premesso è un infame, ci serve sul piatto tutta una serie di risposte e giustificazioni: “è il mondo che è uno schifo”, “tutta colpa della crisi”, “colpa dei neri che ci rubano il lavoro”, “è la vicina di casa che manda le sfighe”, “tutta colpa che oggi piove”… e queste risposte ci confermano che la causa del nostro malessere non siamo noi, che noi facciamo tutto il possibile per raggiungere i nostri obiettivi ma è impossibile a causa degli altri, a causa del mondo ostile in cui viviamo. Così il nostro cervello ha ottenuto il SUO di obiettivo, non far fatica.

La soluzione è molto semplice, dobbiamo capire che si Vive con i fatti e non con le intenzioni, che dobbiamo giudicare la nostra giornata non per le intenzioni ma per quello che abbiamo fatto, che è troppo facile giudicare noi stessi per le intenzioni e gli altri per i fatti. Il nostro cervello si stancherà un po’ ma noi miglioreremo la nostra vita e il nostro mondo. Il momento cruciale è l’istante in cui “costringiamo” il nostro cervello a passare dalle intenzione ai fatti. Tutte le volte che passerete dall’intenzione ai fatti, sentirete che è proprio uno sforzo, è lo sforzo di convincere il cervello a lavorare.

Ho la certezza che la maggior parte delle persone ha buone intenzioni e che se tutti passassimo ai fatti il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore.

Riepilogo:
– Il nostro cervello è potentissimo ma ha poca voglio di lavorare;
– Si vive con i Fatti e non con le Intenzioni;
– Tutto quello che vogliamo lo possiamo ottenere solo facendo;
– Il momento cruciale è lo sforzo di passare dall’intenzione ai fatti. Tutto il resto viene da solo;
– Dobbiamo giudicarci sui fatti e non sulle intenzioni;
– Dobbiamo usare lo stesso parametro per giudicare noi e gli altri, non possiamo giudicare noi stessi per le intenzioni e gli altri per i fatti;
– Con la certezza che la maggior parte delle persone ha buone intenzioni, se tutti passassimo ai fatti il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore;

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.

Diverso non vuol dire peggiore, vuol dire solo diverso ed è dal diverso che si impara…

Cari Xander e Kiki,
sono in ufficio e sto cercando di capire come oggi alle 11 riuscirò a spiegare ai clienti delle Terme che è giusto che tutti ci impegniamo ad accogliere i migranti, anche noi con i 30 che sono arrivati qui a Lurisia. Io lo so come accoglierli, devo solo condividere con i clienti la mia visione e qui è il difficile.
I numeri mi vengono d’aiuto e dicono che per poter mantenere una popolazione costante, come numero, questa deve avere un tasso di natalità del 2,1. In Italia nel 2014 il tasso è stato del 1,4, compreso i cittadini residenti non italiani, e dello 1,3 se consideriamo solo i cittadini italiani (dati istat). Questo vuol dire che fra 30/35 anni passeremo dai 60.000.000 di oggi a circa 30.000.000. La metà.
Molti mi diranno:”bellissimo, non ci sarà traffico, non faremo code, avremo tutti più spazio”. Vero ma… ma saremo tutti vecchi e poveri perché nessuno lavorerà per pagare le nostre pensioni.
Le nostre case non varano più niente perché ce ne saranno il doppio di quelle che serviranno e soprattutto nessuno vorrà comprarle. Dovremo importare tutto il cibo perché nessuno più avrà la forza di coltivare i nostri campi. Nessuno pulirà la strada davanti a casa nostra, non ci saranno i muratori, gli idraulici e gli eletricisti che aggiusteranno le nostre case e noi saremo troppo vecchi e stanchi per farlo.
I numeri, che fortunatamente non hanno razza, colore e idee politiche, ci dicono che nei prossimi 30/35 anni abbiamo bisogno di almeno 30.000.000 di persone che lavorino per noi. E queste 30.000.000 di persona non possono essere tutte svedesi, semplicemente perché gli svedesi sono solo 10.000.000 e pochi di loro vorranno venire a vivere in un paese povere, sporco, pieno di vecchi e senza futuro.
La soluzione a questo problema numerico è accogliere “l’uomo nero”. Si, è talmente semplice che è difficile crederci.
La soluzione è creare un sistema di accoglienza che trasformi in risorse quello che oggi viviamo come un’emergenza, un problema, una disgrazia. Un sistema che li accolga, facendogli seguire le nostre regole di civiltà, nuove regole anche per noi ma questo è un altro argomento. Un sistema che li convinca a investire qui le loro capacità e risorse e che sia in grado di sfruttare per il benessere di tutti queste capacità.
L’Africa ci sta offrendo la sua miglior risorsa. Ci sta offrendo i suoi miglior ragazzi. Ragazzi giovani, ragazzi forti che hanno avuto la tempra di affrontare un viaggio disumano per poter arrivare da noi. Ragazzi coraggiosi che consapevoli dei rischi, dei pericoli e soprattutto consapevoli di arrivare in un mondo che non li vuole, che li disprezza, che li preferirebbe annegati e morti, hanno comunque deciso di partire. Ragazzi che hanno abbandonato le loro famiglie, i loro genitori, le loro mogli e i loro figli. Li hanno abbandonati perché voglio lavorare per una vita migliore. Cosa ci chiedono? Ci chiedono un’identità e la possibilità di lavorare. Ben diverso da chi chiede, da chi pretende un lavoro. Il lavoro non si chiedi si fa ma anche questo è un altro argomento.
Mi diranno che in Italia non c’è lavoro. In Italia manca la volontà di cambiare, il lavoro c’è per chi vuole lavorare. Abbiamo l’intenzione di cambiare, e lo diciamo a tutti e soprattutto lo diciamo a noi stessi la mattina quando ci svegliamo ma alla sera quando andiamo a letto? Cosa abbiamo fatto per cambiare? Ci manca il fare per cambiare ma questo è un altro argomento.
Agli ospiti delle Terme racconterò questa mia visione, gli racconterò che è giusto avere paura di quello che non conosciamo ma è ancora più giusto usare questa paura come energia per trovare il coraggio di conoscere e di capire. Diverso non vuol dire peggiore, vuol dire solo diverso ed è dal diverso che si impara… ma anche questo è un altro discorso…

Cari A e R,
ritorno sull’argomento dei migranti perché nell’ultima settimana mi sono trovato spesso a confrontarmi con diverse persone in merito a quanto ho scritto, questo mi ha permesso di continuare a riflettere.
La prima cosa che ho capito è che la razza italiana come la intendiamo adesso, è in via di estinzione. Se non ci sarà un cambio di tendenza, in meno di 2 generazioni, cioè 40/50 anni, non ci sarà più la “razza” italiani. Con qualche anno in più sarà così anche per gli europei che hanno un tasso di natalità del 1,5. Per gli italiani, questo fenomeno accelererà fra 20/30 anni quando i nostri figli, non volendo vivere in un paese povero e di vecchi, emigreranno e si mischieranno con altre popolazioni. Mettiamoci il cuore in pace è un dato di fatto e quindi è inutile continuare a parlare di “razze”. Tutte sono destinate a estinguersi, il futuro è di una sola razza, la razza “mondiale”. Al massimo rivedrò questa affermazione nel caso di un’invasione extra terrestre.
Mi potrete dire, si ma è una cosa così lontana nel tempo che non ha senso pensarci adesso. Quando sono nato io al mondo eravamo 3,700 miliardi, nel 2010 eravamo 7 miliardi e nel 2050 saremo 9 miliardi. Dobbiamo abituarci/adattarci a cambiamenti così veloci che nessuna generazione prima di noi ha mai sperimentato.
Sono sicuro che con questo tasso di crescita della popolazione mondiale, è impossibile che in Italia non arrivi nessuno. Forse più dello scenario proposto di una migrazione voluta e gestita dai paesi africani, è probabile che i cinesi trasformeranno l’Italia nel più bel villaggio turistico del mondo. Hanno già capito il valore del nostro patrimonio naturale, cultura e eno-gostronomico e hanno già iniziato a comprarlo.
Perché non prendiamo NOI in mano le nostre sorti e quelle del bellissimo paese in cui viviamo? Vi do anche la mia soluzione. Basterebbe fare 3 cose. La prima, smettere di guardare tutto quello che non c’è o non c’è più e iniziare a guardare tutto quello di bellissimo che invece c’è e da li trarre le energie e le motivazioni per cambiare quello che non va. La seconda è dare pari dignità al valore dell’onesta e della furbizia, e non pensare che invece siano due opposti. La terza è di smettere di giudicare noi stessi sulle intenzioni e tutti gli altri sui fatti
Ma spero e soprattutto lavorerò perché per voi queste cose siano solo storia studiata a scuola…

Cari Kiki e Xander, siete la cosa più bella della mia vita. Vi voglio bene.