L’unica cosa è avere ancora più rispetto della propria vita.

Oggi ho visto degli occhi piangere. Occhi che normalmente consolano e che oggi invece avrebbero dovuto essere consolati. Occhi esperte di certe cose, ma mai abituati a certe cose.

Nessuno dovrebbe morire prima di aver avuto la possibilità di poter vivere. Succede, e tutte le volte alla domanda “perché?” non c’è una risposta. Non c’è una risposta che possa veramente calmare la rabbia, la sofferenza e le lacrime.

Io ho smesso di cercare la risposta, ho capito che non siamo ancora in grado di dare una risposta. Sappiamo ancora troppo poco del nostro mondo, del nostro universo. Della nostra vita.

Non ho accettato la risposta che “il mondo è ingiusto e uno schifo”, e ho capito che anche senza risposta posso agire.

Per una vita che non c’è più, devo agire dando ancora più valore alla mia di vita, che c’è ancora.

Se credo che la cosa ingiusta, senza spiegazioni, di una morte sia il fatto che qualcuno non possa più vivere, l’unica cosa che posso fare è vivere ancora più a pieno la mia vita, che c’è ancora.

È per rispetto di chi non può più vivere, che devo dare senso alla mia vita.

Alla domanda “Come posso dare senso e valore alla mia vita?” So come rispondere.

Scegliendo per la felicità, agendo per migliorare il mondo con passione e soprattutto amando tutto di questa vita, di questo mondo.

Amore, Felicità e Passione.

Fare la cosa giusta per me.

Tenere la rotto, ma quanta voglio di mandare tutti a quel paese che mi arriva dalla pancia, che neanche il cuore riesce a calmare. Non riesco a staccarmi dalla sensazione di nausea, mi parlo, mi faccio lunghissimi discorsi, cercando così di calmare la rabbia. Mi continuo a chiedere come è possibile. I fatti mi danno una risposta, ma che non riesco ad accettare. Ho combattuto tutta la vita per non accettare quella risposta, avevo sempre trovato una scusa, una giustificazione. La speranza del riscatto, del mantenere quella promessa mai detta, ma usata sempre per convincermi.

Scrivo, dico cose che poi io per primo non faccio. Dico di mettersi al centro, e poi passo la mia vita a seguire le ragioni degli altri.

Razionalizzo, ho chiaro cosa devo fare. Staccarmi, accettare ma non più subire. Ognuno è padrone del proprio destino, io del mio come gli altri del loro.

Ho sempre cercato un equilibrio, vedere le cose anche dagli occhi degli altri, pensavo fosse un valore, una mia capacità, e così dicevano anche gli altri. Ovvio, agivo per i loro interessi e non per i miei.

Basta far la cosa giusto per tutti, adesso devono iniziare a fare la cosa giusta per me.

Passato qualche minuto e riprendo il post…

Il 2015 è stato un anno fantastico, il migliore della mia vita, alla fine sono passati solo pochi mesi, rispetto a tutti quelli che ho già vissuto, ma non riesco più a ritrovare quell’Alessandro. Mi sembrava tutto possibile, avevo tirato fuori tutti i miei progetti e non c’era settimana che non ne pensassi uno nuovo. Sono nate le idee di ItaliaLetsDoIt, PushASmile, InTrasformazione, Volontari per un Mondo Migliore, Il mio manuale di vita e altre. Ma credo che buona parte del merito di quel cambiamento, che oggi non trovo più, siano stati il lancio con il paracadute e il salto dal ponte, infatti sono due cose che erano giuste per me ma non lo sono state per molti altri.

Ho voglia di vomitare tutto quello che ho dentro ma andrà tutto bene.

La voglia è tanta, forse addirittura è necessità. L’ira è fortissima. Ho voglia di urlare, di incazzarmi e di vomitare tutto quello che ho dentro.

Abbiamo un problema, allora uniamoci per capire la causa e agiamo tutti insieme per risolverlo. Tutti insieme con lo stesso obiettivo. Invece? Invece l’istinto è tirarsi indietro, è cercare le colpe e le giustificazioni per quello che è successo. È questo che mi fa incazzare, è questo che mi fa stare male.

Noi siamo diversi, noi sappiamo che se lo scafo della nave ha una falla, la prima cosa è chiuderla, poi fare in modo che non se ne aprano altre e solo dopo, solo alla fine, capire come mai si è formata la prima e imparare perché non succeda più. Noi sappiamo che non ha senso, che è una pratica suicida, che è una stronzata, guardare la falla e chiedersi chi è stato a farla, di chi è la colpa.

Si, è atteggiamento comune, si, è un brutto atteggiamento comune. Facebook è pieno di post e di commenti di persone che scrivono solo per dire, per indicare, per puntare il dito su chi è il colpevole, il presunto colpevole di questo e di quello. La colpa dei migranti è di questo, la colpa della crisi economica è di quello. Siamo arrivati all’assurdo del dare la colpa del terremoto alla vendetta del Signore per i matrimoni gay.

Pensate, se la prima volta che mi hanno diagnosticato la leucemia mi fossi impuntato a cercare di chi fosse la colpa, pensate poi alla seconda e alla terza volta. Forse è lì, anzi è sicuramente lì, che ho imparato che non serve a niente cercare le colpe, chiedersi il perché è successo proprio a me, ma serve capire le cause, e con la leucemia è già un bel casino, ma soprattutto è importantissimo, è la cosa più importante, concentrarsi sul come imparare da quello che è successo e agire di conseguenza. Dalla mia esperienza ho capito che l’unica cosa che posso fare è godere in felicità ogni istante della vita che mi resta da vivere. Non ho il controllo su quanta vita potrò ancora vivere, ma ho il controllo su come viverla, e qui voglio fare la differenza, e qui devo dimostrarmi di aver capito e devo farlo stando nel qui e ora, stando nel presente, guardando le cose belle della vita e accettando quelle brutte, e lo devo fare con il sorriso.

Se c’è un problema dobbiamo come prima cosa agire immediatamente e con determinazione per arginare e minimizzare i danni causati dal problema, subito dopo cercare le cause del problema per capire come risolverlo e prevenire perché non si ripeta, facendo di questa esperienza un momento di crescita.
È importantissimo in questo processo, avere la consapevolezza delle cose su cui si ha il controllo o comunque la possibilità di agire con efficacia e quelle cose che non dipendono da noi, che non possiamo modificare. Nella fase di risoluzione e prevenzione del problema, non ha senso concentrare energie sulle cose su cui non possiamo influire, devono essere prese come dato di fatto, e concentrare i nostri sforzi sulle cose che possiamo modificare.

Quando si parla di colpa, quando si cerca la colpa, si fa sempre riferimento a persone, ma le persone sono la causa solo se c’è dolo o negligenza, se l’azione è compiuta volontariamente per causare dei danni. In questo caso non siamo davanti a un problema ma a un delinquente che si merita la giusta punizione secondo la legge. In tutti gli altri casi, dobbiamo cercare le cause nelle procedure, nei comportamenti delle persone e non nelle persone, nella non corretta formazione delle persone e nella non corretta consapevolezza delle conseguenze delle azioni.

Quando i problemi sono gravi, più i problemi sono gravi, e più dobbiamo vedere nell’unione delle persone il modo migliore per risolvere questi problemi.

Tutti abbiamo delle capacità e attraverso l’unione e la condivisione di queste capacità possiamo risolvere i problemi. Attraverso l’unione e la condivisione, queste stesse capacità aumentano in modo esponenziale e nessun problema è irrisolvibile.

Questo è uno di quei momenti in cui devo riuscire a chiudere gli occhi, fare un profondo respiro, mettermi il mio miglior sorriso e dire “ANDRÀ TUTTO BENE!” e andrà tutto bene perché siamo un gruppo speciale.

Nessuno è perfetto.

Nessuno è perfetto. Tutti abbiamo delle caratteristiche positive e delle caratteristiche negative, delle capacità e delle incapacità. Non conta se abbiamo più positività o più negatività, quello che conta è essere abbastanza umili da ammettere le proprie imperfezioni, quello che conta è cercare di accettare e gestire le negatività ed esaltare e amplificare le positività.

Non è facile, ammettere le proprie negatività in maniera obiettiva, senza vittimismo o rassegnazione, è veramente difficile. Per il nostro cervello, le nostre negatività, quello che non sappiamo fare o facciamo male, sono la miglior scusa per giustificare i nostri comportamenti sbagliati. “Cosa ci posso fare, è che sono fatto così”.
Sentirsi vittime, vuol dire non prendersi la responsabilità di poter reagire e agire contro le incapacità, soprattutto se sono le nostre. Una miglior coscienza dei nostri limiti, è il primo passo per poterli superare, così come una miglior coscienza delle nostre positività è il primo passo per migliorarci.

Per dare valore al nostro agire, non dobbiamo solo limitare le nostre negatività, così ci standardizziamo, dobbiamo concentrarci sui nostri talenti, cercando di migliorali sempre di più. Se vogliamo fare la differenza, se vogliamo dare valore alla nostra vita, e soprattutto se vogliamo divertirci, dobbiamo usare e amplificare nostri talenti.

È molto più difficile agire, è molto più faticoso agire, è più facile rimanere fermi a giustificarsi delle proprie mancanze.

L’autocoscienza è importantissima e si basa sul non giudizio, ma sulla capacità di autoanalisi delle proprie caratteristiche e comportamenti. Sull’analisi dei fatti e non delle intenzioni.

Generazione di supereroi per necessità!

Lo zio disse al nipote:”Da un grande potere derivano grandi responsabilità” ma a noi nessuno disse:”Da un grande casino vi toccano grandi responsabilità”.

A noi nati in quella generazione di mezzo fra gli anni ’60 e ’80, nessuno ha detto che ci sarebbe toccato sistemare i casini fatti dai nostri genitori e nonni, e tutti quelli prima di loro. È proprio così, loro hanno fatto il casino e ora a noi la responsabilità di agire per sistemare le cose. 

Tutte le generazione prima della nostra hanno affrontato un sistema di evoluzione molto diverso da quello che stiamo affrontano noi. Hanno affrontato un sistema basato sul migliorare le condizioni di vita, principalmente dal punto di vista economico, del benessere, dei diritti e libertà, rispetto alle generazioni precedente, più semplicemente rispetto a quelle dei loro genitori. 
All’inizio, fino a qualche secolo fa era un migliorare la sopravvivenza quotidiana, poi si è passati a una sopravvivenza anche per le generazioni future. Più recentemente, l’evoluzione ha iniziato a riguardare anche gli aspetti del benessere personale e sociali, oltre agli aspetti economici, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 10 dicembre 1948, gli aspetti dei diritti, delle libertà e delle pari opportunità sono diventati importanti. Un sistema evolutivo che guardava al futuro, cercando di migliorare il passato. 

La nostra generazione non può cercare solo di migliorare il passato, ma deve soprattutto concentra le energie per risolvere i problemi causati dagli errori nell’agire delle generazioni precedenti. Non voglio condannare nessuno. Escludendo i delinquenti, tutti hanno agito in buona fede, ma senza la completa consapevolezza delle conseguenze nel medio lungo periodo. Anche se potessimo tornare indietro, e fossimo noi al loro posto, senza la consapevolezza che abbiamo oggi, sicuramente rifaremmo quanto hanno fatto i nostri genitori e nonni. 

Grazie a quello che sappiamo oggi, siamo la prima generazione che non può pensare solo al nostro benessere e a quello dei nostri figli e nipoti. Siamo la prima generazione che deve pensare e agire per salvare il pianeta Terra. Siamo la prima generazione che ha una scadenza, che non può rimandare, che prima di pensare a se, deve pensare agli altri, al Mondo. La prima generazione che deve porsi dei limiti. 

Siamo la prima generazione che deve porsi dei limite, dei limiti per raggiungere quello che è da sempre il nostri primo obiettivo, dare continuità alla specie umana, e grazie alla consapevolezza che abbiamo oggi, questo vuol dire dare continuità a tutto il pianeta Terra e ai suoi abitanti.

È una sfida impegnativa. Le questioni da affrontare sono tantissime e tutte molto complesse e i nostri mezzi sono pochissimi e non abbiamo tempo per tergiversare. 

Quando eravamo piccolo, le nostre favole, i nostri cartoni animati narravano di supereroi che dovevano salvare il Mondo dall’invasione dei mostri, dalla distruzione totale. Adesso quei supereroi dobbiamo essere noi, tutti noi. 

Lo devo ai miei figli.

Dobbiamo essere supererori ma non abbiamo super poteri, qui nessuna lama rotante o alabarda spaziale, nemmeno un briciolo di raggio fotonico. Cavolo, nemmeno la polvere magica di Pollon.

La nostra arma deve essere l’agire insieme adesso, solo la forza del TUTTI INSIEME ADESSO, può salvare il pianeta Terra. 

Quindi smettiamo di fare quello che stiamo facendo, smettiamo di agire sono per noi stessi, di dare la colpa di tutto al nostro vicino di casa e al politico di turno, smettiamo di pensare solo all’oggi e a noi. Rendiamoci conto che questo porterà alla distruzione del Pianeta, forse già alla fine della nostra generazione. 

Ai tanti che pensano che sto esagerando, la mia domanda è:”Abbiamo tempo per capirlo?” Non sono abbastanza le evidenze che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi per capire che qualcosa nel pianeta Terra è cambiato?

Sì, fa paura pensarlo, soprattutto se mi sento solo nel pensarlo. Io sono solo, piccolo e il problema è enorme e mi fa molta, moltissima paura. È una paura fortissima: FINE DEL MONDO, fine di tutto per me e per i miei figli. Anche nella bibbia la fine del mondo, l’Apocalisse, è il passo più potente. 
I nostri primordiali istinti ci spingono con un’incredibile energia, quella della sopravvivenza, a fuggire dall’idea della fine del mondo, ci porta a non pensarci. A noi il non scappare, a noi il trasformare questa energia in agire per fare il possibile per evitarla questa fine del mondo.

Mentre scrivo questo post, il mio cervello mi sta proponendo mille scuse, giustificazioni per non pensarci, per far finta di niente e per tornare al mio quotidiano, già pieno dei miei piccolissimi problemi. Il mio cervello mi dice:”Non ti preoccupare che alla fine l’uomo se l’è sempre cavata”, “i temporali ci sono sempre stati”, “tu da solo non puoi fare niente”, “che se ne occupino i nostri genitori e nonni, che hanno fatto il casino”, “lo risolvano quelli delle scie chimiche”, “sono i governanti che ci devono pensare”, “tu hai altri problemi”, “pensa ai tuoi di problemi”, “ci sono troppi interessi che tu non conosci”, “è tutta una montatura per tenerci impegnati, mentre c’è qualcuno che fa i suoi interessi indisturbato”, “sono solo cose che fanno leggere i giornali” e potrei andare avanti a oltranza, vista la difficoltà del problema il mio cervello dimostra un’incredibile creatività per cercare di convincermi a non fare niente, per non far fatica lui a trovare una soluzione a un problema così grande e difficile. Ma se tutti ci lasciassimo convincere dal nostro cervello e nessuno agisse? 

La soluzione è sempre la stessa, il problema è così grande che c’è solo TUTTI INSIEME ADESSO.

Non abbiamo più la giustificazione di non essere consapevoli delle conseguenze del nostro agire, quello che facciamo noi ha una conseguenza, sempre. Dal fare la raccolta differenziata, al buttare per strada un mozzicone di sigaretta, ci sono sempre conseguenze, che possono essere positive o negative. Dall’insultare una persona, al dire buongiorno al vicino di casa, c’è sempre una conseguenza. 

Se abbiamo tutti lo stesso obiettivo, cioè migliorare la sopravvivenza di tutti, il benessere di tutti, dare a tutti gli stessi diritti e opportunità e soprattutto salvaguardare il pianeta Terra, se siamo consapevoli delle conseguenze del nostro agire, se agiamo per conseguenze positive e se lo facciamo TUTTI INSIEME allora saremo TUTTI SUPEREROI con i super poteri per sconfiggere i mostri e salvare la terra dalla distruzione totale.

Una sedia a rotelle e scuse inutili – 2^ parte

Leggendo alcuni commenti qui e nella pagina FB, credo di non essere stato chiaro nello scrive il precedente post “Una sedia a rotelle e scuse inutili”, l’obiettivo era condividere la mia idea che:

– Quando si sbaglia è molto difficile ammetterlo, soprattutto perché il nostro cervello è lì, subito pronto, a darci una serie di giustificazioni per de-responsabilizzarci dell’errore;

– Se non si ammette che si è commesso un errore, è impossibile imparare da esso. Quindi non bisogna dare credito a quello che ci dice il nostro cervello, altrimenti non ci assumiamo realmente la responsabilità di cambiare, di migliorare per non commettere più quell’errore;

– Valutiamoci sui fatti e non sulle intenzioni, altrimenti ci vediamo sempre migliori degli altri, perché degli altri vediamo i fatti e non le intenzioni, e sui fatti li valutiamo. Sentendoci già migliori degli altri, difficilmente ci viene voglia di migliorare ancora.

In oltre aggiungo qui:
Cosa è lo sbaglio? Una sequenza di azioni o non azioni, che non hanno portato al risultato desiderato. Se non ammettiamo di aver sbagliato, cioè se non ammettiamo che la sequenza di azioni non era corretta, ma giustifichiamo il non raggiungimento dell’obiettivo con fattori esterni, molte volte indipendenti da noi, non potremo imparare che quella sequenza è sbagliata e quindi da non ripetere in futuro.

Se lo sbaglio è stato fatto intenzionalmente, non è uno sbaglio, proprio perchè si è compiuto una serie di azioni che hanno portato volontariamente al non raggiungimento dell’obiettivo dichiarato ma a quello desiderato, il non raggiungimento di quello dichiarato.

Una sedia a rotelle e scuse inutili…

Domenica, tardo pomeriggio. Finalmente qualche minuto da solo a prendere fiato, 4 giorni intensi di Salone. Ne manca ancora uno ma adesso è tutto in discesa. 4 giorni di tanto parlare, fare e sentite. Sorriso sulle labbra, molto soddisfatto. Orgoglioso dei ragazzi, qualche intoppo, alcuni di routine, altri più impegnativi, ma tutti affrontato alla grande e risolti dal bel gruppo che siamo. Tantissimi complimenti per lo stand ma soprattutto sulla nuova formula di servire anche la pasta. Sono felice, stiamo facendo un bel lavoro.

“Alessandro, c’è una Signora in sedia a rotelle, molto arrabbiata, che vuole parlare con il responsabile dello stand”. 
‘La rampa… nessuno ha sistemato la rampa’
….
“Signora ha ragione, non posso che scusarmi. Nessuno ha sistemato la rampa e nessuno ha pensato che la soluzione dei tavoli alti con gli sgabelli, non permette alle persone in sedia a rotelle di poter usufruire dello stand come gli altri. Mi scusi veramente.”

Parole inutili le mie, una voce la sua. Chissà quante persone in questi 4 giorni sono passate davanti allo stand e non sono entrate. Non sono riuscite a entrare. Nello stand scriviamo anche che il nostro primo valore sono le persone. 

Mentre la Signora animatamente, ma sempre in modo cortese, si lamentava della situazione e dell’arretratezza dell’impostazione dello stand, il mio cervello mi proponeva mille giustificazioni e scuse. “Lo stand è bellissimo, ci hanno fatto un sacco di complimenti”, “Ma stiamo promuovendo nello stand la campagna Diamo il meglio di noi del Ministero della Salute e del Centro nazionale Trapianti, per la sensibilizzazione alla donazione degli organi e abbiamo raccolto più di 100 sottoscrizioni…” non è già questa una bella cosa civile e moderna? “Ma stiamo gestendo tutti i rifiuti nello stand in modo differenziato”, non è segno di civiltà e di attenzione? “Ma alle persone in sedia a rotelle ci abbiamo pensato, abbiamo fatto preparare la rampa”. “Ma non posso pensare a tutto.” Perché questa Signora si lamenta? Non vede il bello che stiamo facendo? 

Ma la Signora ha ragione, le mie sono solo scuse e giustificazioni per non ammettere di aver sbagliato. 

Quante volte ho pensato male di quelli che parcheggiano nei posti dei disabili, li ho giudicati retrogradi, stupidi. Incivili. Quante volte mi sono chiesto perché nel 2016 sono ancora pochissimi gli autobus con la rampa per i disabili. Ho pensato: “che mondo incivile”.

Come sempre le intenzioni sono una cosa e i fatti un’altra.

La Signora ha ragione e io ho sbagliato. Pensavo che lo stand fosse accessibile a tutti, perché io non sono su una sedia a rotelle. Non mi sento in colpa, ho lavorato con onestà e voglia di fare bene, nel miglior modo possibile ma ho commesso un errore. Un gravo errore perché non avevo la giusta consapevolezza.
Per rimediare devo imparare da questo errore. La nuova sfida è invitare la Signora incazzata al nostro prossimo stand a Genova nella primavera 2017.

L’insulto.

C’è differenza fra dire “coglione” a una persona e tirarle un pugno in faccia? Per me poca, è la stessa azione ma solo con una diversità di intensità. C’è differenza fra dire “puttana” a una donna e violentarla? Per me poca, è la stessa azione ma solo con una diversità di intensità.

Giudichiamo le azioni anche sulle motivazioni e non solo sugli effetti. Insulto e violenza fisica sono entrambe motivate dalla volontà di fare del male. Nel primo caso è un dolore interno, è morale. Una ferita che non si vede. Nel secondo caso il dolore è anche fisico. Una ferita che si vede.

Se accetto l’insulto verbale, devo accettare anche la violenza fisica. Sono la stessa cosa ma solo con una diversità di intensità. Se accetto l’uso comune dell’insulto, accetto che si agisca con la motivazione di fare del male, quindi accetto l’uso comune della violenza fisica.

Se una persona insulta una donna, è violenza con bassa intensità, se due persone insultano la stessa donna, la violenza aumento di un po’, se inizia ad aumentare il numero e le volte che la donna viene insultata la somma dell’intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di uno stupro.

Se un ragazzo insulta un’altro ragazzo, è violenza con bassa intensità, se due ragazzi insultano lo stesso ragazzo, la violenza aumento di un po’, se inizia ad aumentare il numero e le volte che il ragazzo viene insultato la somma dell’intensità di tutti questi insulti supererà la violenza di un pestaggio.

Se non accettiamo la violenza fisica perché dobbiamo accettare la violenza verbale? Perché se durante una discussione raramente tiriamo un pugno ma spesso insultiamo? Perché ci scandalizziamo davanti allo stupro di una ragazza ma siamo disposti a leggere post e post di insulti alla stessa ragazza, magari insultandola anche noi?

Il cambiamento per un Mondo Migliore parte dalle piccole cose, da gesti quotidiani e semplici, come non insultare e non accettare che gli altri insultino. Insegniamo ai nostri figli a non insultare e che chi insulta fa una cosa sbagliata. Soprattutto diamo noi il giusto esempio non insultando.

Una parte di noi è attratta dalla violenza, è qualcosa legato alla nostra pancia/istinto. Siamo attratti da due persone che si insultano, da due persone che si picchiano. I giornali, le televisioni e i siti internet lo sanno, e costruiscono parte del loro business su questo.
Se vogliamo un Mondo Migliore, sta a noi utilizzare la mente/ragione e il cuore/emozione per superare l’attrazione alla violenza, iniziando dal non insultare e non accettare l’insulto come cosa comune e normale.

I genitori sono importanti nella vita dei figli? Certo, con il giusto equilibrio.

Nel post del 5 aprile “E poi arriva la sportellata che non ti aspetti…” avevo scritto:
“Tu, mi hai conosciuto come la cosa più fragile e indifesa al mondo. Mi hai visto e aiutato a crescere. Io, ti ho conosciuto come la mia sicurezza, la mia forza. Il mio scudo dai pericoli della vita. Sei stato il mio modello, il mio esempio. Adesso siamo due uomini che si devono confrontare nelle loro diversità, arrivando da percorsi opposti. Tutto questo condito dai due sentimenti più forti al mondo, quello dell’amore del genitore verso il figlio e quello dell’amore del figlio verso il genitore.”

È chiaro il rapporto genitore-figlio è il più complesso e intenso fra tutti i possibili rapporti umani. E’ il rapporto che implica al 100% corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità. I cinque elementi che per me formano l’identità di ogni essere umano. Pensate solo all’intensità e alla particolarità del rapporto corpo/essere che c’è fra mamma e figlio. Per 9 mesi sono stati lo stesso corpo/essere ma la mamma ne ha il ricordo e la consapevolezza di ogni istante, per il figlio è impossibile solo anche immaginarlo. Pensate come può essere difficile capirsi in certi momenti, se neanche riusciamo ad avere gli stessi ricordi. 

In Italia per i primi venti, trent’anni lo scopo principale di questo rapporto è la creazione dell’identità del figlio, cioè prepararlo ad affrontare autonomamente la realizzazione della sua vita, nel contesto sociale. Fino a qualche generazione fa, questa fase durava al massimo vent’anni, ma aumentando la complessità del sistema sociale, soprattutto in Italia, senza aiuti extra famiglia, la cosa si è notevolmente complicata e i tempi si sono allungati. Consideriamo anche che questo aumento della complessità sociale implica, che la stessa identità dei genitori, è sempre in continua evoluzione e cambiamento e in un rapporto dove l’equilibrio è fondamentale, non è certo un facilitatore. 

Veloce parentesi sul fatto che il figlio dalla sua è solo, e i genitori, normalmente sono due. Cosa vuol dire? Che parte importantissima del rapporto genitori-figlio è il rapporto fra i genitori stessi. Sicuramente molto di più del fatto se i genitori siano uno o due. Complicato è il rapporto fra i genitori, complicato sarà il rapporto con il figlio e soprattutto la creazione della sua identità perché si troverà a scegliere fra due visioni diverse, facilmente anche opposte e conflittuali, della vita, senza avere ancora tutti gli strumenti per farlo. Creandogli senso di dubbio e insicurezza. 

Il peso del rapporto inizia totalmente sbilanciato sui genitori che partono con l’essere il 100% dell’identità del figlio, come estensione rielaborata della loro. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, con una velocità crescente, l’identità del figlio inizia ad evolversi e ad allontanarsi da quella iniziale 100% coincidente con quella dei genitori. Compito del genitore è proprio quella di guidare e aiutare il figlio nella formazione della propria identità, ricordandosi che per far questo deve in qualche modo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, rinnegare la propria che aveva proiettato su quella del figlio. Immaginate la difficoltà. Da un’identità del figlio 100% coincidente con quella dei genitori, a una che deve diventare al 100% autonoma. Qui i buoni genitori fanno la differenza.

La fase più critica e credo anche più importante per il futuro rapporto genitori-figlio, è la fase della “ribellione” del figlio, quella in cui il figlio vuole prendere gestione della propria identità, vuole scegliere lui e anche se non sempre lo ammette, vorrebbe anche sentirsi dire:”Bravo hai fatto la scelta giusta”. Questa è una fase delicatissima del rapporto, perchè da questo momento in poi è fondamentale il giusto equilibrio dell’intervento del genitore nell’identità, nella vita del figlio. 

Da questo momento di rottura in poi, cioè da quando il figlio inizierà a voler scegliere da solo, nella sua identità ci sarà una fortissima evoluzione che lo dovrà portarlo alla realizzazione di una propria al 100%. Se non ci riuscirà, avrà per tutta la vita dei forti problemi con se stesso e con i genitori. Facilmente sarà insicura e non crederà in se stesso. 
Identità che sarà comunque legata a quella dei genitori perchè è da li viene ma non sarà più quella dei genitori. Situazione facile per il figlio, molto meno per i genitori perchè dovranno accettare che il figlio faccia delle cose che per loro sono sbagliate. Dal distacco in poi, i genitori saranno importanti nella vita del figlio per quanto saranno capaci di trovare il giusto equilibrio fra la loro identità e quella del figlio. 

In questa fase il figlio non è cosciente e non ha nemmeno gli strumenti per capire cosa sta succedendo, non è un’evoluzione volontaria e ragionata, a staccarsi dalle scelte dei genitori e diventare autonomo. Tutti i suoi cinque elementi lo spingono a voler scegliere lui. I genitori invece devono capire cosa sta succedendo, e si, loro in modo attivo e ragionato, devono gestire la situazione e accompagnare il figlio nella realizzazione della sua autonomia. Questo non vuol dire che devono quindi fargli fare tutto quello che vuole, non ha ancora la capacità e l’esperienza per decidere in tutta autonomia, ma devono guidarlo senza il conflitto. Sbagliato è anche l’approccio:”tu non capisci niente, sei ancora un bambino”. Credibilità è la parola chiave, se i genitori vogliono avere credibilità nei confronti del figlio, vogliono essere ascoltati dal proprio figlio, per prima cosa devono darne a lui. Devono dargli credibilità. Confrontarsi veramente con lui, da pari, lasciandolo spiegare e chiedendo chiarimenti, dando la propria visione e che non sia evidenziare quello che della visione del figlio non va bene e ritenete sbagliato. Dare credibilità vuol dire riconoscere l’identità di una persona. I genitori devono ogni giorno fare piccoli passi indietro nella gestione della vita del figlio, per permettere a lui di crescere e avere una propria vita. Avere una vita vuol dire avere un’identità. 

Quello che spero di riuscire a fare coi miei figli, è accettare che diventeranno qualche cosa totalmente separata da me, con la loro vita e identità. Che faranno cose che io non farei, che penseranno cose che io non penserò. Lo so che vuol dire accettare di perdere parte del mio corpo/essere, cuore/emozione, cervello/ragione, pancia/istinto e anima/spiritualità ma solo così loro vivranno.

I figli sono la cosa più importante della famiglia? Certo, temporaneamente e a part-time.

I figli sono la cosa più importante della famiglia? Certo, temporaneamente e a part-time.

Un accenno in una discussione di ieri sera con amici, un articolo del Corriere sulla mancanza della voglia dei genitori di oggi di educare i figli, tante riflessioni già fatte in passato e ho deciso di scrivere qualche cosa in merito. 
Argomento scottante, complesso e soprattutto “ogni scarrafone è bello a mamma sua”, quindi alcune premesse. La prima, ognuno è libero di pensare e fare quello che vuole nella e della propria vita, l’importante è che non lo faccia dando fastidio agli altri. La seconda, questa è solo poco più di una riflessione sul ruolo dei figli e dei genitori nella famiglia, volutamente evitando anche minimi accenni al fertilityday, a uteri in affitto, ad adozioni per gli ultra 80enni, ecc. Terza premessa, lo so che la mia vita non è perfetta e consapevole di questo, penso spesso e qualche volta agisco per cercare di migliorarla e sono padre e figlio anche io.
Soprattutto qui non parleremo dell’immenso amore che ogni genitore ha per i propri figli e quello dei figli per i propri genitori. Qui parliamo di comportamenti, di relazioni fra persone che, vista la lunga durate della rapporto, cambiano e cambiano molto.
Ultima premessa. I figli sono una cosa bellissima, avere dei figli è lo scopo ultimo dell’uomo sulla terra. Sì, siamo liberi di non farli, di essere felici nel non averli o tristi e incazzati perché non è nostro destino ma l’essere umano è da 2.8 milioni di anni sulla terra, fondamentalmente lottando per la sopravvivenza della specie attraverso la riproduzione. Cioè è sulla terra per far figli. Lo so, che ho semplificato molto e oggettivizzato ma almeno per i primi 2,7999 milioni di anni la maggioranza dei membri della nostra specie ha fatto fondamentalmente questo e per i primi 2,6 milioni di anni, lo hanno fatto tutti.
Partiamo da 0 + 1 mese. Vi risparmio la sala parto, il rientro a casa e i problemi a scaldare i primi biberon. 
Adesso c’è un figlio ed è nato un mese fa, è il primo e ha tutto l’amore dei suoi genitori. Essendo il primo, quel mese per i genitori è sembrato 1 anno, dal secondo figlio si va in radice quadrata. Finalmente al 4° figlio, dice chi ha avuto il coraggio di farlo, torna la reale percezione del tempo. Dal 5° non si ricordano più i nomi dei figli nella sequenza corretta. Ai nonni, questo succede dal 3°. 
Un anno di soli giorni, nel senso che di notti con il relativo concetto di sonno/riposo non se ne ricordano, sicuro per la mamma, se il padre è volontariamente collaborativo, neanche per lui. Comunque sono felicissimi, quando parlano del figlio, più o meno saranno 6+1 mesi che parlano solo di quello, i loro occhi si illuminano, i loro sguardi si incrociano e per i primi 6 mesi c’era anche un bacio di chiusura e una toccatina alla pancia. Nell’ultimo mese, uno dei due sta sicuramente cercando di fare qualche cosa per far smettere di piangere l’amato bambino. Qualcuno dice anche: “Povero… le coliche?”, nel parlato non si pronuncia il “?”. Per i non esperti, “coliche” è l’espressione sintetica di: “ma sta santa creatura che c’ha adesso da piangere? Ha mangiato, fatto i bisogni, gli abbiamo cambiato il pannolino, ha un chilo di fissan sul popo. Sarà mica posseduta?”. Normalmente dal secondo mese compare una piccola croce d’oro appesa con una spilla nella culla. Io non so, ma magicamente alla comparsa della croce le coliche svaniscono. Calma, non preoccupatevi a breve arriveranno i dentini. Marito e moglie lottano ancora per avere un minimo di intimità, il ricordo delle notti di passione è ancora fresco, soprattutto per il, fra brevissimo nella storia, maniacochepensasoloaquello, e riescono anche a ritrovare attimi di armonia e desiderio. Attenzione!!!! Si rimane incinta anche se si allatta, non fate cavolate che poi, veramente, si complicato tutto. Date al nascituro il tempo di godersi la vita da solo, usate il preservativo.
I primi 2/3 anni sono molto impegnativi ma niente al mondo è più prezioso del primo sorriso di tuo figlio, e poi parla anche, cammina, ti chiama “papà” e altre mille bellissime cose. Indiscutibile, tuo figlio è la cosa più importante della tua vita. Dalla prima volta che l’hai visto, la famiglia è lui e poi loro.
Superate tutte le fatiche dei primi anni e primi figli, la relazione tra madre e padre torna ad esserci e molte volte anche civile. Ed ecco qui la prima grande evidenza, il primo grande segno del cambiamento nella relazione, nella famiglia. Non ci sono più una moglie e un marito ma una madre e un padre. E’ chiaro, i ruoli sono cambiati, ed è giusto che sia così. Attenzione!!! Se i genitori, incominciano a chiamarsi anche fra di loro mamma e papà, basta finito il post, tutti a letto. 
Altro segno evidente del cambiamento è come la famiglia cammina sul marciapiede, se è stretto, mamma davanti con passeggino e/o bambino più piccolo, altri figli dietro e papà che chiude la fila. Se il marciapiede è abbastanza largo. Genitori ai lati e figli in mezzo. Una volta era: marito e moglie affiancati, mano nella mano, sempre, qualsiasi fosse il tipo di marciapiede. Per quelli stretti, ovviamente il prode marito, in mezzo alla strada a rischiare la vita.
Stessa cosa la domenica mattina nel lettone, che ovviamente ha preso questo buffo e simpatico nome da quando ci sono i figli, prima si chiamava semplicemente “letto”. Mamma e Papà ai lati e i figli nel mezzo, anche qui, come per il marciapiede, per una imprescindibile questione di sicurezza.
Passano gli anni, passano i decenni. Stesso argomento fra mamma e papà, i figli. Cambiano solo i numeri. Il numero dei figli, le taglie dei vestiti, il numero di scarpa, il numero della classe, il costo delle attività extra-scolastiche, il numero delle attività extra-scolastiche. Quarta, quinta o sesta malattia? Anche la medicina a un certo punto ha deciso di semplificare, dando i numeri.
Passa un ventennio. Arriva il momento del distacco, i genitori devono staccarsi dai figli. Devono trovare le giuste motivazioni per sopportare questo enorme sacrificio, devono trovare il modo per sopportare il non parlare più, solo e sempre, dei loro figli. Fortunatamente ancora per qualche anno, anche se i figli non vivono più in casa, si riesce a concentrare tutto su di loro ma passato un trentennio, soprattutto per la salute mentale dei figli, bisogna che mamma e papà cerchino qualche cos’altro per riempire i loro pensieri, la loro vita.
Le coppie miracolate, quelle che oltre a mettere la croce d’oro nella culla se l’erano appesa anche sopra il “letto matrimoniale”, ritrovano i loro ruoli originali di marito e moglie e li ritrova l’equilibrio e lo scopo dell’essere famiglia. Perché, comunque, passato anche un quarantennio, quando i figli parlano di famiglia, non parlano più della loro mamma e del loro papà, parlano dei loro figli. Qui ci sta una bella lacrimuccia, ma è giusto così. Per natura, hanno cambiato il loro ruolo da figli a genitori, come hanno fatto tutti i genitori.
Ho iniziato dicendo che i figli sono la cosa più importante della famiglia “temporaneamente”, perché lo sono per il tempo che ricoprono il ruolo principale di figli, quando diventano altro, allora è tempo di staccarsi e lasciarli vivere nel nuovo ruolo che avranno scelto. Per farlo bisogna con consapevolezza, forza e determinazione uscire dal ruolo principale di genitore. È molto difficile perché vuol dire trovarsi un nuovo ruolo principale da ricoprire. Trovarsi un nuovo scopo nella vita.
Scrivo anche che è “a part-time” perchè ogni genitore dovrebbe trovare il tempo di continuare a coltivare i propri ruoli secondari, le proprie passioni. Il ruolo dello sportivo, della lettrice, del tifoso, della cuoca o sarta. Soprattutto dovrebbe continuare a coltivare il ruolo di marito o moglie, proprio perchè quando dovrà abbandonare quello di genitore, potrebbe il forte rischio che sia costretto a ricoprire quello di “convivente di una persona sconosciuta”.